L’Altra Via: recensione del film di Saverio Cappiello

Un calciatore, un bambino che sogna il calcio e il Meridione a fare come sfondo. L'altra via è un'opera prima che ha tanta voglia di raccontare. Vedetela al cinema dal 16 novembre 2023!

L’idolatria che diviene affetto, amicizia, genitorialità, la passione calcistica che incontra il lento disvelarsi di una realtà povera e corrotta; L’Altra Via è il primo lungometraggio diretto da Saverio Cappiello (esordiente classe 1992 fattosi notare con i due corti My Sister e Faccia di cuscino), nelle sale italiane a partire dal 16 novembre 2023. Scritto dall’autore Giuseppe Gallo, distribuito da Verso Features e prodotto in associazione con Pictures Show e con il sostegno della Calabria Film Commission e del Fondo Regionale per il Cinema e l’Audiovisivo della Regione Lazio, il film trova il suo spazio di manovra ai margini di un quartiere popolare del catanzarese laddove, col procedere della pellicola, si crea un forte legame tra il calciatore Andrea Viscomi (interpretato da Fausto Verginelli) e il giovanissimo Marcello (Giuseppe Pacenza).

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La trama di L’Altra Via

L'Altra Via cinematographe.it

Con in testa i mitologici mondiali del 1990, L’Altra Via si addentra con passo lento all’interno del campo da calcio, passando dalla sua periferia di strada, ove i bambini si azzuffano, si cercano, si insultano e condividono quella genuina passione che li distrae dalla degradante realtà che li circonda. Siamo a Catanzaro, Marcello è un giovanissimo abitante del quartiere popolare dell’Aranceto, che passa le giornate tra i campetti dismessi della zona e una casa in cui l’affetto materno è costantemente minacciato da un’evidente instabilità emotiva del genitore. Il piccolo protagonista, assai poco loquace ma determinato nell’ottenere ciò a cui aspira, si introduce di nascosto nella proprietà del suo grande idolo Andrea Viscomi, capitano trentacinquenne della squadra di calcio locale, U.S. Collidoro, ormai giunto a fine carriera.

Tra i due personaggi si instaura presto un rapporto inaspettatamente paritario, all’interno del quale i rimpianti dell’uno e i sogni dell’altro collidono in un’inconscia condivisione delle proprie mancanze, andando a colmare quei vuoti creati dalla necessità di affetto e di uno sguardo osservante e sincero. La complicata situazione domestica di Marcello e gli affari sospetti di Andrea sono i pretesti per cui i due protagonisti si ricercano e ritrovano costantemente, per evadere in quel loro spazio di libertà.

L’elusivo racconto di un rapporto

Fausto Verginelli L'Altra Via cinematographe.it

Dalle scelte operate in sceneggiatura e, successivamente, in fase di ripresa e di montaggio, si evince una certa ricercatezza dell’elusione. L’introversione di Marcello rispecchia infatti un non detto che priva il racconto di una profonda conoscenza dei fatti e delle scelte dei personaggi; molte sequenze vengono coscienziosamente lasciate aleggiare all’interno di uno spazio indefinito, dove lo spettatore viene chiamato a cogliere tutto quel che gli è dato per poter ricostruire una verità che non viene palesata ma chiaramente suggerita. Lo stato d’animo della madre di Marcello, la mancanza di una figura paterna, l’origine degli affari illeciti in cui è coinvolto Andrea, le reali conseguenze del risvolto che arricchisce il finale, sono tutti elementi che vengono rappresentati e messi a disposizione del pubblico senza però essere descritti in tutta la loro complessità, ma lasciati a maturare assieme al procedere della storia.

L’Altra Via: valutazione e conclusione

L’Altra Via trasmette con sincerità quella voglia di raccontare una storia attraverso le dinamiche relazionali createsi tra i personaggi in scena. Il regista, nonostante si tratti di un’esordio, riprende con una certa sensibilità: con mano ferma e consapevole mostra uno sguardo attento allo scavo dei personaggi e ai loro rapporti, sguardo che nasce in sceneggiatura e che la scrittura stessa – che unisce ad uno spaccato della degradante realtà del Mezzogiorno una passione per il calcio cinematograficamente sempre poco considerata – riesce ad approfondire adeguatamente.

Un po’ stiracchiato e pretenzioso il risvolto che attribuisce al finale un pathos che era, sì, probabilmente atteso, ma in modalità differente, e che ben si presta a quel montaggio alternato che talvolta sembra timoroso di scavare ulteriormente. Un plauso particolare è da riservare a Fausto Verginelli e Vera Dragone (nei panni di Tereza, madre di Marcello) che, con le proprie interpretazioni, attribuiscono una maggior drammaticità al racconto.

Regia - 3
Sceneggiatura - 3
Fotografia - 3
Recitazione - 3
Sonoro - 3
Emozione - 3

3