L’Accabadora, titolo del terzo lungometraggio del regista sardo Enrico Pau, prende il nome da una figura tra realtà e leggenda, presente nella tradizione sarda, di una donna il cui compito, tramandatole dalla famiglia, era quello di dare la “buona morte” ad anziani moribondi e bambini o giovani gravemente malati per i quali vivere era diventato insopportabile. La sua era una sorta di eutanasia ante litteram.

L’Accabadora: la vita in una fossa

Per Annetta (Donatella Finocchiaro) questo suo destino scelto dalla madre, è una condanna: vive perennemente in un limbo, in una fossa, come lei stessa dirà, sempre con il pensiero fisso ai “suoi morti”, come se la vita fosse per sempre “seppellita” insieme a loro.

Siamo a Cagliari, negli anni ’40, tra continui bombardamenti e miseria anche gli uomini e le donne “sane” vivono continuamente nell’attesa della morte che sembra ogni giorno imminente, che spegne i loro volti e li costringe a sopravvivere con il ricordo dei propri cari morti al fronte o sotto le macerie delle loro case. Giunta da un piccolo paesino, Annetta cerca disperatamente la nipote, Tecla (Sara Serraiocco): qualcosa di terribile sembra separarle quando si rivedono in una casa di tolleranza dove la ragazza si guadagna da vivere.

Inutili i tentativi di Annetta di riportarla sulla retta via: lei che è capace di liberare per sempre le persone della sofferenza non riesce a interagire con i vivi e non è in grado di liberare se stessa da questo lutto perenne.

L’Accabadora è l’omaggio di Enrico Pau a una terra: la Sardegna

Per la tradizione sarda l’accabadora è una donna anziana, esperta di medicina naturale, una sorta di “megera” che porta la morte. Nel film di Pau, invece, Annetta è una donna giovane e bella, anche se provata dal suo infame ruolo. Si percepisce in lei della linfa vitale che fatica a venire fuori: il suo sguardo, perennemente triste e malinconico, sembra dire di non meritare neanche la minima gioia; cammina per strade diroccate, vicoli deserti, tra le poche persone rimaste in città come se attraversasse un cimitero, silenziosa e rassegnata.

La guerra fa solo da sfondo alle vicende narrate: è quella che dà la morte al posto di Annetta, che giunta a Cagliari sembra voler smettere con la sua vecchia vita.
Il regista, con il ritmo estenuante e i lunghi silenzi della protagonista, comunica in pieno il peso di una condizione disumana, tragica. Finisce però per sovraccaricare la vicenda di un’angoscia che lascia poco spazio alle altre storie, alle altre vite che appaiono decisamente slegate da quella di Annetta e poco indagate.

Il personaggio dell’artista Alba (Carolina Crescentini) non si comprende che ruolo abbia nella vita della protagonista e nemmeno ai fini della narrazione se non quello, a detta del regista, di omaggiare le sorelle Coroneo, importanti figure della tradizione artistico-artigianale sarda. Così come Albert, il medico interpretato da Barry Ward, ispirato alla figura di un dottore realmente vissuto in quegli anni a Cagliari.

Secondo i racconti della madre del regista, il medico non abbandonò la città insieme a tante altre persone che non vollero rifugiarsi in campagna per continuare a “tenerla in vita”. Sicuramente un omaggio alla propria terra e ai suoi abitanti che durante la guerra non si arresero e ai quali il film è dedicato.

La “dolce morte” come “pietas”

Un omaggio sicuramente carico di suggestioni che rimandano a un mondo arcaico in cui la morte era considerata pienamente parte della vita e affrontata in maniera più consapevole. Un aspetto sicuramente significativo del film. In una società ancora “arcaica” la “dolce morte” appare come un “dovere”, una sorta di “pietas” nei confronti dei propri cari per liberarli dalla sofferenza, da un’esistenza che non è più dignitosa, da una vita che non è più tale. Così nel confronto con l’attualità, alla luce dei recenti dibattiti sull’eutanasia, la nostra società risulta sicuramente e tragicamente più primitiva.

L’Accabadora sarà nelle sale dal 20 aprile.