Roma FF11 – La verità negata: recensione del film con Rachel Weisz

A pochi mesi dalla morte di Eliezer Wiesel, saggista e attivista per i diritti umani, sopravvissuto all’Olocausto, tra le sale della Festa del Cinema di Roma risplende La verità negata (Denial), un film sul negazionismo della Shoah, diretto da Mick Jackson, con Rachel Weisz, Timothy Spall e Tom Wilkinson.

Con La verità negata veniamo traghettati in Inghilterra, Deborah Lipstadt (Rachel Weisz) è una storica americana e docente di storia moderna ebraica e studi sull’Olocausto.

Nel 1993 pubblica il suo romanzo Denying the Holocaust, in cui sentenzia e dimostra quali sono i punti fondamentali a cui si appellano i negazionisti per smentire la veridicità della Shoah, per poi affermare che Hitler non aveva alcuna intenzione di sterminare gli ebrei. Ed effettivamente è il cominciamento della narrazione, la docente spiega ai suoi studenti i punti focali di chi nega.

Il primo è in riferimento al livello numerico: il numero delle vittime della Shoah non arriva assolutamente ai milioni di persone, ma a malapena a poche migliaia. Altro elemento centrale della tesi negazionista è l’effettiva inesistenza delle camere a gas. Ergo, tutto l’Olocausto non è che un mero imbroglio, un complotto narcisista e osceno.

Ecco il contesto in cui si inserisce l’antistorico della pellicola, David Irving (Timothy Spall), storico e sostenitore del revisionismo di cui ha scritto molti libri, che si intromette in una conferenza, tenuta dalla professoressa Lipstadt, schernendola e abbaiandole in volto la sua insofferenza verso le parole che ha riportato nel libro verso di lui, in cui lei afferma la totale falsità delle parole dello storico inglese in merito al negazionismo e di aver falsificato molte cose ed ingnorandone altre.

Parole per cui lui la cita in giudizio per diffamazione. Le dinamiche per la preparazione al processo sono piuttosto lunghe, ovviamente non si tratta semplicemente di diffamazione: diverrà il luogo in cui provare la veridicità della Shoah, un’aula di un tribunale, il luogo meno adatto per una cosa di tale portata. Soprattutto se sorretta dalle antipatie e le turbolenze mediatiche.

Il processo inizia con i presupposti giusti: la Lipstadt si arma di un avvocato brillante e di un’equipe di studenti e storici di Cambridge (tra cui Tom Wilkinson e Andrew Scott), mentre Irving vedrà bene di difendersi da solo.

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La professoressa apprenderà con stupore che in un tribunale britannico è l’imputato a dover dimostrare la propria innocenza, diversamente dal sistema giudico americano, ma sarà comunque pronta e desiderosa di ottenere la propria vittoria, nonostante sia incredula di non poter testimoniare lei stessa e far testimoniare i sopravvissuti dei campi di concentramento. Secondo gli avvocati infatti, sarebbe molto rischioso che a deporre fossero persone che abbiano subito quelle barbarie inenarrabili, davanti ad un razzista e antisemita quale è Irving, famoso per i suoi dibattiti osceni e le sue tristi dichiarazioni, che avrebbe di certo sfoderato al processo, terrorizzando e insultando i testimoni presenti.

La storia si confronterà con la sua nemesi, con la negazione, verrà fuori ogni tipo di assurdità quali l’uso ipotizzato delle camere a gas, che presumibilmente servivano solo per eliminare i pidocchi, unico motivo per cui sulle pareti si trovano tracce di cianuro. Esistono foto che documentino tali atrocità? Cremazioni o gassazioni? Secondo Irving gli studiosi avevano tratto conclusioni sbagliate e frettolose e solo pochi eletti come lui hanno potuto sottrarre la cecità dalle menti, convinte che Hitler o chi per lui abbia comandato di sterminare tutti gli ebrei e non.

Ma la verità ha un solo volto e da qualunque punto di vista lo si voglia guardare non potrà mai e poi mai cambiare la sua realtà oggettiva, la sua identità.

La verità negata è una pellicola molto ambiziosa, un legal movie in cui storia, verità e dimostrabilità sembrano tre varianti distinte se inserite in menti differenti e in verosimili punti di vista, è proprio quello il fulcro delle scene, il punto vista.

È giusto asserire che l’Olocausto è stato in qualche modo ingigantito e che non tutti i documenti a noi pervenuti sono stati studiati per comprovare altre verità celate? Ecco lo scopo di chi ha sempre e solo creduto che quei posti, come lo stesso Auschwitz, erano luoghi in cui si lavorava e non si emettevano sentenze di sterminio e che Hitler in persona non ha mai ordinato che in quei luoghi si carbonizzassero cadaveri.

Quanto realmente la storia riesce a dimostrare con prove reali, fatti certi e incontestabili?

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Di quei luoghi resta molto a noi ad oggi, ma le camere a gas e i forni crematori vennero distrutti piu volte dagli stessi nazisti, bombardati per non farne rimanere nulla e nessuno che potesse accusare o provare l’abominio nazista che così tanti hanno cercato di negare.

La verità negata è una piccola perla di storia che ha visto una donna battersi contro la menzogna, contro una bestemmia efferata, a volte in modo un po’ troppo emotivo e svilito nei battiti finali ma il regista porta comunque a casa un prodotto esemplare, Rachel Weisz comferma la sua totale poliedricità, il miglior talento di un attore, e Timothy Spall intepreta egregiamente il ruolo di uno storico burbero e antisemita.

Le persone che affermano che Hitler non ha mai desiderato lo sterminio degli ebrei ricordano un po’ quei tipi, la nostrana intellighenzia, che afferma che però almeno Mussolini, nonostante tutto, ha bonificato le paludi.

Pensieri contrastanti e avversi hanno sempre imperversato nel periodo post bellico, persone che per vergogna, incredulità o appartenenze politiche particolari ed estreme, hanno trovato un pretesto per dimostrare, in modo sbilenco, delle falle nelle testimonianze o imprecisioni o asserzioni poco chiare nei documenti ufficiali. Un modo per costruire un vero e proprio impero propagandistico atto a diffamare le tesi riportate nei libri di storia con le proprie antitesi pubblicate, al fine di ottenere il supporto mediatico per scatenare il dubbio o quantomeno il dibattito sulle veridicità storiografiche. Tutto ciò è quello che ha fatto David Irving.

Se dopo Auschwitz non è più possibile fare poesia, come sentenziava Adorno, dopo il processo alla storica Lipstadt non sarà più possibile farneticare complotti indicibili sull’orrore del XX secolo.

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