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A rendere estenuante la tenuta quotidiana di una fattoria, non è solamente la durezza onerosa e sfiancante della sua stessa manutenzione, quanto l’affanno emotivo e sfibrante che la vita da bracciante agricolo si trascina a sé. La conosce bene (e da sempre) il regista inglese Francis Lee che, tre anni prima l’uscita del suo secondo film Ammonite, segnava il suo esordio dietro la macchina da presa con una sorta di autobiografia rurale ambientata interamente nelle terre brulle e mozzafiato dello Yorkshire. Nato e cresciuto nella fattoria di famiglia a Soyland, Lee con La terra di Dio (un premio alla regia al Sundance e tre vittorie ai BIFA nel 2017) stana nel suo passato da figlio di contadini e pastori, le radici personali di una storia di evoluzione individuale e di scoperta del contatto umano come possibilità ritrovata di trasformazione naturale; dove il graduale approccio alle modalità riscoperte dell’innamoramento rintracciava la parabola interiore di un ragazzo di campagna, come un tempo è stato anche lui.

La terra di Dio: trama del film d’esordio di Francis Lee

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La prima parte del corpo che Lee mostra del suo protagonista Jonny Saxby (Josh O’Connor alla sua performance del ‘rilancio’) è, non a caso, la schiena nuda e magra riversa sui sanitari di un bagno in piena notte, vomitando l’ennesima intossicazione da alcolici di una serata in un pub. La mattina seguente ingurgita il latte da una bottiglia di plastica, si dirige verso una vendita all’asta di animali da pascolo e consuma un rapporto sessuale brutale e immediato con un ragazzo in un van. Appagati gli istinti focosi e rifiutata nettamente la possibilità di vedersi per un’uscita a due, John è obbligato dal padre (Ian Hart), colpito da un ictus che lo ha praticamente immobilizzato, ad andare in città ad accogliere il ragazzo che lo aiuterà una settimana soltanto per l’annuale stagione degli agnelli. Gheorghe, romeno e bellissimo, demolirà il muro di durezza e scontrosità che l’altro si è costruito, insegnandogli lievemente la potenza della tenerezza e il godimento vitale del piacere.

Alla natura e ai dettagli agresti del passaggio stagionale dall’inverno alla primavera, il regista Francis Lee affida quasi completamente l’ambientazione perfetta di un film essenzialmente simbolico e tattile, disegnando un vero e proprio arco narrativo di cambiamento e apertura mediante l’arrivo in terra conosciuta di uno straniero dei Balcani. Vittima di comportamenti xenofobi da parte della comunità inglese, (ma non per questo assoggettato passivamente all’intolleranza), Gheorghe, interpretato dallo splendido attore romeno Alec Secareanu arriva per sbaragliare e destare in Johnny la gratificazione sensoriale gelata nei suoi rudi comportamenti animaleschi, in cui il cibo viene trangugiato in fretta e furia e l’atto erotico è mero soddisfacimento animalesco.

Simbolismo di contrasti e multi sensorialità aumentata nel film La terra di Dio – God’s Own Country

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L’opposizione simbolica tra Johnny e Gheorghe si traduce allora, – raramente, ma peccando di semplificazione e didascalismo da debutto – nel ritorno del contrasto, consegnando al primo la manualità docile e umana del garbo pragmatico e salvifico (riesce a salvare un agnello appena nato, pregusta lentamente la dolcezza di un biscotto); e all’altro l’aria assonnata e la ruvidezza famigliare di chi è ancora, costretto dalla vita, a non voler mostrare le proprie emozioni – o forse a non averne gli strumenti.

Secondo Lee, l’essere umano non si eleva poi così nettamente dal regno animale, e questa piena convergenza si traduce nella scelta ragionata di ridurre all’essenziale il dialogo, soffermandosi invece sulle mani segnate dal lavorio e dalla terra sotto le unghie, o inquadrando il lento delinearsi del piacere sessuale in quadri ripresi a ridosso dei corpi e dei tratti somatici dei due meravigliosi attori protagonisti. In uno dei rarissimi istanti di colonna sonora, l’occhio dei due e quello degli stessi spettatori, fisso sui continui dettagli sugli spazi che chiudono la visuale, si apre in panoramiche a picco sul paesaggio visto da lontano, realizzando, forse per la prima volta, l’immensa bellezza di una terra inglese osservata, dallo stesso Johnny, con occhi rinnovati.

La fotografia organica di Joshua James Richards e l’omaggio in citazione al film di Ang Lee

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Resa splendidamente dalla scelta cromatica organica e plumbea del direttore della fotografia Joshua James Richards, l’unitarietà naturistica de La terra di Dio si mostra in tutta la sua veridicità, mostrando il reale travaglio di una pecora o il ricorso fisso ad ogni tipo di liquido corporeo; riconsegnandoci la fatica e la solitudine delle attività rurali senza però prenderne mai le distanze ma anzi, valorizzando un’attività millenaria in contrapposizione al moderno assoggettamento tecnologico delle metropoli.

La tendenza comune e di critica a ridurre l’esordio di Lee a un richiamo al capolavoro del 2005 I Segreti di BrokeBack Mountain appare dunque riduttivo. Lee, di certo, omaggia in alcuni passaggi il dramma agreste e queer di Ang Lee, ma sublima, se possibile e in modi differenti, l’immersione col paesaggio l’ardente nascita di un desiderio viscerale poi tramutato in sentimento evolutivo; lasciando ai protagonisti la speranza e la libertà di slegarsi con l’occhio dello spettatore nel momento esatto di una brusca e liberatoria chiusura di una porta.

La terra di Dio – God’s Own Country è disponibile su Amazon Prime Video.