la teoria del tutto recensione

Da quando è stato presentato al Festival di Torino, La teoria del tutto, film diretto da James Marsh e tratto dal libro biografico della prima moglie di Stephen Hawking, viene venduto al pubblico in Italia tramite trailer e spot commerciali come un grande baraccone romantico, il quale sembra girare intorno solo ed esclusivamente alla storia d’amore tra Stephen e Jane. Una volta visto, invece,  non è proprio così. Anzi, La teoria del tutto, nel suo complesso, appare proprio come una brutta copia dell’eccellente A beautiful mind, film diretto nel 2001 da Ron Howard con protagonisti Russell Crowe e Jennifer Connelly.

Entrambi i film, infatti,  parlano di due menti scientifiche: Stephen Hawking è un fisico, John Nash un matematico; entrambi i protagonisti scoprono improvvisamente di essere affetti da una grave patologia: uno la sclerosi laterale amiotrofica (SL;A), l’altro la schizofrenia; entrambi sono sposati a due bellissime donne innamorate di loro tanto da aiutarli a sostenere il fardello della malattia, dell’incapacità a vivere e della metamorfosi: Jane e Alicia. Sembrano film simili all’apparenza. Ma, sorvolando sulla questione dell’originalità, dov’è la fregatura?

la teoria del tutto
Una scena del film

La teoria del tutto, oltre che sprofondare nella pateticità del “già visto”, si erge a chiave di volta del nostro cuore promettendo litri e litri di lacrime versate da donne turbate in cerca di rassicurazione e da nerd appassionati di Star Trek e Doctor Who (una delle poche cose carine che la pellicola offre sono i rimandi alla cultura pop e nerd degli anni ’70 e ’80). Così non è, dato che la storia d’amore promessa per riempire i cinema di coppiette e intere compagnie di donne post-shopping occupa solo venti minuti di film. E chi conosce la vita di Stephen Hawking sa bene il perché. Quindi il film altro non è che una buona trovata commerciale per promuovere il libro dell’ex moglie del fisico.

La pellicola è ben interpretata, nonostante tutto. A prestare le smorfie a Stephen è Eddie Redmayne, faccia particolare già apprezzata, anche per le sue doti canore ne Les Miserables, dove ha interpretato la parte del rivoluzionario Marius. Jane vive sullo schermo grazie alle capigliature anni ’60 e ai vestitini bon-ton di Felicity Jones, volto sconosciuto ai più. I due sono bravi e non cadono nel ridicolo anche quando la sceneggiatura vacilla e straripa di banalità, del tipo “Where there is life, there is hope” (la quale è più una citatio di Cicerone). C’è da dire però che Eddie e Felicity non hanno molta chimica, non funzionano bene insieme. Troppo poco rancore, troppa poca disperazione. In fondo si parla di due persone intrappolate: lui in un corpo incapace di comunicare, lei in un matrimonio colmo d’obbligo e senza più amore.

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Eddie Redmayne in una scena del film

Il finale che arriva veloce, la fotografia smarmellata sui toni dell’oro, la regina come una cartolina fucsia in un blur lontano e i figli della coppia vestiti tutti uguali… quanto buonismo ingiustificato. Manca giusto Let it be dei Beatles in sottofondo per rendere tutto molto più british e dolciastro. Un film deludente, il quale si crede indie ma che in realtà è solo indi(e)gesto.

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