La Marcia dei Pinguini: Il Richiamo – recensione del film di Luc Jacquet

Dieci anni fa, Luc Jacquet ci condusse per mano nello strabiliante mondo dei pinguini imperatore con un documentario che si aggiudicò l’Oscar e ora il regista francese torna con quello che è a tutti gli effetti un sequel, intitolato La Marcia dei Pinguini: Il Richiamo.

Jacquet torna negli stessi luoghi dell’Antartide per raccontare stavolta i primi mesi di vita dei pulcini e il conseguente primo viaggio, una volta indipendenti, per raggiungere l’oceano.

Come per il film del 2005, il regista veste anche i panni di sceneggiatore. Sì, perché per quanto la natura possa regalarci momenti e scenari mozzafiato, un buon documentario si contraddistingue per la capacità di costruire uno schema, uno scopo, comunque una narrazione che accompagnino la qualità meramente divulgativa del genere. Stavolta la storia è quella di un pulcino figlio di un Imperatore che, con i suoi 43 anni di vita, può vantare una lunga esperienza su come sopravvivere. È attraverso i suoi occhi che scopriamo la profonda devozione nei confronti della propria prole che contraddistingue questi animali e l’eredità che i genitori lasciano ai propri piccoli.

La Marcia dei Pinguini: Il Richiamo – Nuove frontiere antartiche catturate in 4K

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L’impianto visivo è maestoso come solo ci si potrebbe attendere da una spedizione in una simile terra. Dalle riprese svolte per il documentario che vinse la statuetta, la tecnologia ha raggiunto nuove frontiere e il regista può contare sul digitale, su nuovi mezzi come i droni e sul formato cinematografico 4K. La troupe può così affrontare con armi più potenti le rigide temperature, arrivando a esplorare aree e momenti della vita dei pinguini altrimenti inaccessibili, come la vera e propria trasformazione dell’animale da goffo marciatore terrestre a nuotatore provetto sotto la superficie dell’acqua.

Jacquet adopera bene le moderne tecnologie a sua disposizione e orchestra tutto senza mai perdere di vista il fulcro del racconto, l’ambivalente vita dei pinguini. E passiamo da lontane inquadrature fisse di pinguini congelati che nonostante tutto proseguono il loro cammino nell’immobile panorama ghiacciato alle fluide e vitali immagini sottomarine che vedono gli animali muoversi con ritrovata grazia. Inoltre, il regista non dimentica il passato, e va a scovare materiale inedito del primo documentario da usare in quelli che in pratica sono dei flashback in cui risalta un cambio di fotografia che rende il film ancor più simile a un’opera di fiction cinematografica.

La Marcia dei Pinguini: Il Richiamo – La storia universale dei pinguini imperatore

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Non è da meno, va da sé, il lavoro di montaggio, alternando sapientemente splendidi campi lunghi, a volte lunghissimi, per poi tornare improvvisamente ai primi piani e ai dettagli dei nostri pennuti protagonisti. Un continuo andirivieni fra il territorio, un deserto ghiacciato apparentemente invivibile, e i suoi abitanti autoctoni, che sembrano sfidare ogni comprensione per la testardaggine con cui riescono a rendere un luogo tanto inospitale la propria casa. Ma d’altronde, la vita dei pinguini è ricca di contraddizioni: così a loro agio nell’acqua ma costretti a deporre le uova a distanza di anche cento chilometri dall’oceano; poi, quando i pulcini indipendenti cominciano a perdere le piume non impermeabili, una sorta di voce sembra chiamarli a sé, e anche se non l’hanno mai visto con i loro occhi, spaventati ma impossibilitati a ignorare tale richiamo, intraprendono la loro prima estenuante marcia verso quello che sanno essere il loro destino.

Una tenacia che smuove facilmente l’ammirazione di chi guarda, oltre a quella dello stesso Jacquet, che probabilmente vede, e a ragione, nel ciclo riproduttivo dei pinguini una storia universale applicabile anche al nostro mondo. Ed è forse proprio per questo, per rendere più umana questa realtà che tanto ci sembra lontana, che entra in gioco il narratore, nella versione italiana contraddistinto dalla voce di Pierfrancesco Diliberto, noto ai più semplicemente come Pif.

La Marcia dei Pinguini: Il Richiamo – Un viaggio in Antartide in compagnia di Pif

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Nel primo film erano ben tre i narratori, nonostante nella versione americana fosse tutto stato ridotto a una voce (Morgan Freeman), esempio poi seguito anche da noi italiani quando il compito venne conferito a Fiorello; qui anche nella versione originale abbiamo un unico interprete, Lambert Wilson, ma c’è da dire che le battute recitate dal nostro Pif sono talmente in linea con il suo modo di essere che ci si chiede se ci sia stato un particolare lavoro di riscrittura.

Il conduttore, e ormai regista, non si allontana molto dal suo personaggio mediatico e ascoltandolo la mente va facilmente al suo La mafia uccide solo d’estate, di cui è proprio il narratore. Pur con qualche difetto e vari incespicamenti, Pif se la cava e anzi in alcuni momenti il suo tono fa da divertente contrappunto alle immagini, tranne in qualche caso isolato in cui torna nuovamente il dubbio che l’adattamento abbia voluto puntare su qualcosa di più umoristico che tende a mal sposarsi con determinate scene.

Ma questo è solo un dettaglio, forse esclusiva nostrana, che non impoverisce la grandiosa prova di Luc Jacquet, grazie al quale l’aspra e altrettanto magica vita dei pinguini imperatore riesce a suscitare tanta empatia negli spettatori, non solo e non tanto per l’immediato affetto che molti provano guardando questi simpatici animali, ma perché il regista approccia il genere documentaristico alla pari di un film drammatico, con un impianto narrativo e visivo degno di una grande avventura cinematografica.

La Marcia dei Pinguini: Il Richiamo uscirà in Italia il 23 febbraio, distribuito da Notorious Pictures. Diretta da Luc Jacquet, la troupe comprende anche Jérôme Bouvier, Eric Munch, Laurent Ballesta, Yanick Gentil, Thibault Rauby, Cédric Gentil, Emmanuel Blanche, Manuel Lefèvre, Guillaume Chamerat e Vincent Munier. Le musiche sono di Cyrille Aufort.

Regia - 4
Sceneggiatura - 3.5
Fotografia - 4.5
Sonoro - 4
Emozione - 3.5

3.9