La fratellanza: recensione del film con Nikolaj Coster-Waldau

Nikolaj Coster-Waldau stupisce con un ritratto realista e audace della verità che si nasconde dietro le sbarre del carcere.

Il regista e sceneggiatore Ric Roman Waugh (Snitch – L’infiltrato) torna dal 7 settembre sul grande schermo con La fratellanza, il crime thriller con il protagonista della seguitissima serie tv Il Trono di Spade, Nikolaj Coster-Waldau nei panni di Jacob Harlon, un affermato uomo d’affari di Pasadena con una vita e una famiglia perfetta, questo almeno fino a quando un terribile incidente sconvolgerà per sempre ogni cosa.

La fratellanza: la trama del prison-movie che racconta la dura legge del carcere

La fratellanza

Terzo film della trilogia di prison-movie realizzata dal regista Ric Roman Waugh e composta da Felon e Snitch – L’infiltrato, La fratellanza nasce dall’idea di realizzare un film in cui il protagonista è un uomo per bene che per un incidente si ritrova a fare i conti con la dura legge del carcere e delle gang che silenziosamente ne detengono il controllo. Jacob Harlon è un uomo onesto, non un criminale, ma la sua vita “perfetta” finisce per sempre in una notte quando, ubriaco al volante, causa un incidente mortale nel quale perde la vita il suo migliore amico Tom (Max Greenfield). Finito in carcere, Jacob comprende che l’unico modo per sopravvivere è rispettare le regole della “Fratellanza ariana” e sporcarsi le mani: la sua non è una scelta libera, ma una necessità. Così con il nome di “Money” finisce per diventare uno degli uomini più potenti della Fratellanza, un ruolo da cui non potrà sottrarsi mai più, neanche dopo essere uscito di prigione.

La fratellanza denuncia una realtà scomoda attraverso uno sguardo realista e una fotografia d’impatto

La fratellanza è di certo un film crudo e intenso, in cui un’inaspettata istanza di realismo si mescola a una fotografia coraggiosa che non esita a indugiare su immagini di sangue e brutale violenza. Ma è in fondo questo il fine del lavoro di Ric Roman Waugh: realizzare un ritratto fedele, quasi una fotografia, di una delle problematiche più attuali e meno discusse del mondo moderno, ovvero l’incapacità da parte delle istituzioni penitenziarie di attuare un percorso riabilitativo reale per i detenuti, i quali al contrario finiscono spesso per divenire vittime a loro volta di un sistema corrotto e controllato dalla criminalità.

La liberazione non è la libertà; si esce dal carcere, ma non dalla condanna.

La citazione di Victor Hugo con cui non a caso si chiude il trailer ufficiale de La fratellanza dice molto a proposito della volontà di denuncia di cui ha voluto farsi carico Ric Roman Waugh, la cui fedeltà al vero sembra essere ancor più apprezzabile se si considera il lavoro “sul campo”, da lui svolto per conoscere più da vicino la realtà che avrebbe portato sul grande schermo, come egli stesso ha raccontato:

“Per riuscire a comprendere meglio la realtà della prigione e delle gang che sono a capo di queste istituzioni, ho lavorato, sotto copertura, come agente volontario in California. Quella che è iniziata come una semplice ricerca è diventata un’odissea di due anni in cui ho avuto accesso in maniera sempre più profonda a quel mondo violento.”

Il limite de La fratellanza: reale denuncia o esaltazione della legge del più forte?

La fratellanza

Realismo, denuncia e capacità di guardare il conflitto tra bene e male, legalità e illegalità, da un altro punto di vista, quello appunto del “cattivo”, sono le qualità che fanno di La fratellanza un film originale e ben strutturato. Tuttavia a tratti non si può far a meno di aver l’impressione che il regista si sia un po’ troppo fatto prendere la mano: quello che doveva essere un ritratto realistico cede nella solita epopea americana della forza e della grandezza e quello che inizialmente era (giustamente) presentato come un problema si riduce all’esaltazione della legge del più forte, o almeno la scena dello scontro finale tra il protagonista e la “Bestia” sembra far supporre questo.

La fratellanza: un crime thriller inconsueto, ma penalizzato dall’assenza di un’adeguata componente adrenalinica

Certo è che in un crime thriller, come vuole essere La fratellanza, la componente adrenalinica, così come quella drammatica, è necessaria, potremmo azzardare vitale, tuttavia se la seconda è piuttosto evidente, l’adrenalina e la suspense non sembrano essere i punti di forza di La fratellanza, schiacciate quasi dalla spiccata componente introspettiva e riflessiva del film. D’altronde l’intera pellicola si concentra sul racconto, a piani temporali sfalsati, tra passato e presente, del percorso esteriore ed interiore all’interno della prigione che ha portato Jacob a trasformarsi nel temuto Money fino a divenire l’uomo più potente della fratellanza. “Il trono ha un nuovo re” recita il sottotitolo del film, ma il senso del film non doveva essere denunciare l’esistenza di quel “regno” e le responsabilità delle autorità nei suoi confronti?

Insomma è innegabile una certa confusione di idee alla base del soggetto di La fratellanza, ma si tratta in ogni caso di un film con una storia da raccontare e capace di portare all’attenzione degli spettatori un problema “scomodo” fin troppo spesso sottaciuto o liberamente omesso dalle istituzioni e dalla stampa di oggi.

Regia - 3
Sceneggiatura - 3
Fotografia - 3.5
Recitazione - 3.5
Sonoro - 2.5
Emozione - 2.5

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