La Fiera delle Illusioni – Nightmare Alley: recensione del film di Guillermo del Toro

Con La Fiera delle Illusioni - Nightmare Alley Guillermo del Toro viviseziona la fragilità umana.

Guillermo del Toro non smette di ipnotizzare i nostri sguardi spennellando la sua pellicola di magia occulta, corpi gotici, deformi, a volte anche gelidamente perfetti. Non smette di sognare e stavolta il posto migliore per farlo sembra essere il circo in cui prende vita La Fiera delle Illusioni – Nightmare Alley, ultima fatica del messicano premio Oscar che in questa occasione è regista, sceneggiatore (insieme a Kim Morgan) e produttore (insieme a J. Miles Dale e Bradley Cooper) del film, nelle sale italiane dal 27 gennaio 2022 con The Walt Disney Company Italia.

Traendo nel suo tranello di giostre e trucchi da luna park alcuni tra i migliori attori in circolazione, Del Toro innalza, sulle fondamenta gettate dallo scrittore William Lindsay Gresham con l’omonimo libro del 1946, una pellicola che si aggroviglia in un marasma di illusioni a catena, tali da sfibrare e far vacillare quel trucco così aleatorio che dovrebbe avere il potere di tenere viva la fiamma della curiosità.
In Nightmare Alley il fuoco ardente che in una delle scene iniziali brucia il passato e cicatrizza le colpe del protagonista (Stanton Carlisle, interpretato da Bradley Cooper) sembra adagio affievolendosi, incasellando situazioni lapalissiane in personaggi dalle sfumature asettiche e pronosticabili. È un esercizio registico misurato e classico, prevedibile come un gioco di prestigio, spietato come solo l’essere umano sa essere; la macchina da presa di Del Toro viviseziona l’illusione trasformandola in banalità e ponendo noi spettatori nel fulcro delle più amare bugie.

La Fiera delle Illusioni – Nightmare Alley: il trucco di Guillermo Del Toro

La Fiera delle Illusioni - Nightmare Alley

Luci e ombre assecondano i corpi da “freaks” dei circensi, passando attraverso la cruna di Dan Laustsen, stemperati da una fotografia che odora di bottiglie vuote e suole consumate, sa di fango e bagno caldo e quando serve scarnifica la diafana pelle col gelo della notte, mentre le musiche di Nathan Johnson scorrono lisce come la lama di un rasoio, danzando a cadenza regolare sulle strade lastricate di trucchetti da sabato sera, lustrini e abiti sfavillanti (Luis Sequeira ha fatto un davvero ottimo lavoro di ricostruzione costumistica in pieno stile anni Trenta/Quaranta!).

Adoperando la chiave del noir, Guillermo Del Toro in La Fiera delle Illusioni – Nightmare Alley tenta di scardinare le oscurità del mondo circense, ponendo in alcune scene cruente e raccapriccianti la parte brutale dell’arte itinerante.
L’illusione di essere impenetrabili e unici viene fatta a brandelli con voracità in un susseguirsi di storie e parole in cui i personaggi sembrano muoversi sul grande schermo come automi dotati della stessa identica programmazione. Bastano pochi segnali, un manipolo di gesti, una spolverata di parole pronunciate con l’accento giusto, per far crollare di colpo quel piccolo rituale magico che dà brio all’anima e dal quale dovrebbe emergere una sfaccettata personalità.
Non c’è. I personaggi sono clandestini nelle loro esistenze vuote, ottuse, terrificanti, coadiuvate perlopiù dalla famelica sete di denaro o dalla voglia di andare oltre i confini di una vita attanagliata da dolore e sensi di colpa.
Stanton Carlisle (Bradley Cooper) e Lilith Ritter (Cate Blanchett) sono architetti di un’illusione dalla quale si trovano ingioiati; se non secondo la trama della pellicola, almeno nelle logiche che trasudano all’esterno, davanti a un pubblico reale, attento osservatore di un copione che si trascina con pragmatica puntualità fino alla fine, quasi a esalare l’ultimo respiro, rimembrando a noi e a sé stesso la precaria stupidità del genere umano, sempre pronto a vendere l’anima al miglior offerente pur di emulare una qualche forma di divinità.

Un palcoscenico in cui vivisezionare la fragilità umana

La Fiera delle Illusioni - Nightmare Alley

Rooney Mara and Bradley Cooper in the film NIGHTMARE ALLEY. Photo by Kerry Hayes. © 2021 20th Century Studios All Rights Reserved

Tutti gli attori di questa commedia tragica – che è il circo, la vita, il cinema – si trovano ingabbiati in un infantile gioco per il quale a ogni carta corrisponde un profilo limitato e limitante, esageratamente conforme a ciò che sembrano. Si delinea così un cattivo meno duro di ciò che potrebbe in Willem Dafoe, una montagna di muscoli e ossa in Ron Perlman, una bambolina assennata in Rooney Mara, che insieme a Toni Collette e Cate Blanchett confluisce nella triade femminile della fatalità in cui convergono la leale (Molly), la spiritica (Zeena) e la perfida (Lilith): poli incandescenti in una tridimensionalità che si esprime a pezzi, definendo e stroncando tutta quella spavalda illusione attorno a cui Stanton aveva edificato il suo impero.

Del Toro codifica con movimenti di macchina geometrici e pittoreschi la sua lezione sulla specie umana e sulla spietata disperazione che ci affligge a ogni tempo, a ogni livello della scala sociale.
Appare chiaro man mano che il minutaggio scorre come il circo, il mentalismo e lo spiritismo siano codici già scaduti; il sogno americano è alla deriva e l’inganno non basta più; a stupire, annacquata con una buona dose di alcool e tante belle parole, è la brutalità, l’illusione di essere migliori rispetto a qualcun altro.

Questo film lo si manda giù con un po’ di fatica, come un ubriacone manda giù un bicchier d’acqua. Perché dopo un po’ la magia sembra sciogliersi e l’ovvietà materializzarsi, o forse perché nei contorni così maledettamente definiti di quei personaggi rivediamo la nostra banale essenza.
Che sia un invito a non essere banali, a non essere “gonzi”, ad aprire gli occhi verso la concretezza, la delusione, se serve! L’inganno, l’illusione, riusciremo mai a essere così forti da non supportarla? Per ora vale la pena vederla sul grande schermo.

Regia - 3
Sceneggiatura - 2.5
Fotografia - 3
Recitazione - 3.5
Sonoro - 3
Emozione - 2

2.8

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