La Danza della Realtà: recensione del capolavoro di Alejandro Jodorowsky

La danza della realtà (2013) è un film di ricostruzione autobiografica, in cui Alejandro Jodorowsky  è autore di sé stesso, poiché manipola ricordi, personaggi e accadimenti in virtù di una narrazione che sembra il più vicina possibile al misticismo, ad una divinità metafisica, ma senza mai rinnegare la forte dose di blasfemia e sadismo, cosa che ha del tutto compromesso e quantomeno confermato che ciò che è e ciò che sarà è sempre stato dentro di lui.

Il regista non è noto solo per le sue pieces splendidamente anarchiche ma lo era già per le sue performance-art, le sue teorie sulla psicomagia e della lettura dei tarocchi, oltre ovviamente ad essere uno straordinario scrittore.

La cinepresa è occlusa, sembra celare e chiarificare in un ballo incalzante le due anime che imperversano durante la proiezione, poiché la natura autobiografica del film è tangibile ma non perfettamente fedele, distaccandosene proprio per le pillole e gli sbalzi simbolico metafisici che il regista è geniale nello sminuzzare apertamente. Il suo cinema è sempre stato un po’ declassato, per appartenenza alla periferia, al sottosuolo di genere.

La danza della realtà

Uno psicologo, uno psicoterapeuta o anche solo un appassionato della mente e i suoi cocci in decadenza trova pane per i suoi denti guardando il film. In primis per il rapporto dell’autore con i genitori, fortemente in opposizione ma mai conclusosi con complessi edipico-elettra o almeno mai sfociati realmente, un uso dell’immagine come se fossimo in un odierno Paese di Cuccagna, mistificato, sorprendente e immutabile falciato dalle ideologie del padre e della lirica comportamentale della madre, che parla cantando un’opera infinita, un sogno di vita che la tiene sì con i piedi per terra a ricordare quello che non può fare per lavoro, cioè cantare, ma che continuerà a fare nonostante l’imperativo della sua esistenza.

La danza della realtà è stato presentato nella Quinzaine des realisateur a Cannes; il cinema, la sua stessa esistenza tocca qui vette altissime, prima di tutto per simbiosi e trasparenze sceniche che in modo vorticoso e quasi indifferente richiamano Fellini soprattutto per una sequenza splendida in cui dei ragazzini in riva al mare si masturbano impugnando dei falli legnosi, o le scenografie circensi, le prostitute, le donne formose quasi con un eccesso di abbondanza, i mutilati, uno stormo di gabbiani infervorati e un gruppo di esseri in una sorta di pellegrinaggio per le pampas.

Il regista interviene direttamente nella pellicola e sussurra nell’orecchio alla sua immagine un po’ rivista e ricostruita da bambino, mezzo attraverso il quale rievoca forse le sue speranze di quei giorni in cui prevedeva che tutto il marcio, gli obblighi e le sofferenze avrebbero in un certo senso trovato una pace, una connessione, avrebbero forse portato a qualcosa: a lui, oggi. Questo è il senso del suo dolore passato.

La danza della realtà

Altro languido rifacimento simbolico ad interpretare la figura paterna è nientemeno che suo figlio, Jaime Jodorowsky, il nipote che veste i panni del nonno è una scelta che farebbe drizzare i peli a molti studiosi dell’ambito psichico ma si sa lui con queste cose ci va a nozze, ci balla il valzer, o il tango per rimanere in tema.

La danza della realtà: ” Tutto quello che diventerai lo sei già. Tutto quello che conoscerai, lo sai già. Quello che cercherai, ti sta già cercando, è in te.”

Il passato, nel film, vive di una pluralità che da un lato ha il gusto dell’interiorità, dall’altro della cronologia come struttura narrativa imperante. Siamo nel 1929 è nella cittadella di Tocopilla, un bambino ebreo di origine ucraina, dai fluenti boccoli d’oro, vive i suoi giorni tra le efferatezze di un padre che desidera un figlio deciso, anaffettivo, blasfemo, educato al dolore e dall’altra è soggiogato dall’inerzia della figura materna, incastrata nell’impossibilità di autodeterminarsi come donna usando lui come mezzo di rivalsa ad una vita passata deteriore e immobile.

La pluralità sta proprio nelle voci in dissesto che si increspano nella narrazione, i suoi giorni con la famiglia degenerano a causa del padre che abbraccia la causa politica e progetta di dover uccidere il colonnello Ibáñez, presidente del Cile. Ad un certo punto del film si cambia rotta e punto di vista mostrando una redenzione che ha quasi il sapore della tregua, con questo distaccamento dalla figura paterna che vaga spaesato e inorridito di sé per l’inadempienza all’omicidio di stato, vagando per le terre cilene in una sorta di viaggio punizione in cui toccherà picchi cattolici, facendosi affiancare da un falegname di periferia, frequentando cori di strada dai profondi sotto-testi clericali, tornando a casa abbracciato dalla sua Penelope che tanto lo attendeva, sicuramente più e con maggior amore rispetto al giovane Jodorowsky.

Il regista non teme di innalzarsi e cadere, riprende il suo mondo con tutto ciò che ha, con stracci, mani, visioni, simboli, ogni cosa che abbia una ricongiunzione con la sua montagna sacra.

Giudizio Cinematographe

Regia - 4.3
Sceneggiatura - 3.8
Fotografia - 4.1
Recitazione - 3
Sonoro - 3
Emozione - 3.5

3.6

Voto Finale