Roma FF17 – L’ombra di Caravaggio: recensione del film di Michele Placido

Con L'Ombra di Caravaggio Michele Placido si concede il lusso di interpretare la vita del pittore milanese, scavando nel confine che separa la concretezza dall'ipotesi. Un film da vedere?

Michele Placido si cimenta nuovamente dietro la macchina da presa per svelare, nel film L’Ombra di Caravaggio, una sua interpretazione sulla vita dell’artista. Lo fa usando il buio che caratterizza le opere del Merisi, lo stesso che invade estesi spaccati della sua esistenza, consegnandoci una fantasticheria, un sogno, che proprio tra le ombre del non detto, tra le pieghe dell’inconsapevolezza storica, prende vita. Chi era davvero Michelangelo Merisi da Caravaggio? L’autore della pellicola, nonché sceneggiatore della stessa insieme a Sandro Petraglia e Fidel Signorile, immagina un’indagine commissionata da Papa Paolo V alla scoperta della vera identità del pittore; effettua una regressione nella sua contemporaneità, sovrapponendo al nostro sguardo quello di chi lo giudica, lo ingiuria, lo acclama. In questa cornice, dunque, l’ombra emerge prepotentemente, invadendo ogni spazio fisico e mentale.

L’Ombra di Caravaggio: scoprire l’arte di Michelangelo Merisi attraverso un’indagine

Presentato alla 17ma edizione della Festa del Cinema di Roma e in uscita nelle sale italiane dal 3 novembre 2022 grazie a 01 Distribution, L’ombra di Caravaggio si palesa come un viaggio tra le retrovie esistenziali del pittore, un tour che rifugge i contorni perfezionistici dell’arte caravaggesca per spostare l’attenzione sul pensiero rivoluzionario che ha sovvertito le regole stesse della rappresentazione pittorica.
La fotografia di Michele D’Attanasio regala frame sfocati, come se vedessimo il mondo da uno specchio rovesciato: non esiste confine, i limiti vengono trafitti dal fluire della vita, che è ciò che resta su tela. Vita disperatissima, sporca, dimenticata, quella degli straccioni e delle prostitute, ultimi tra gli ultimi che acquistano valore solo grazie alle opere del Caravaggio, per mezzo delle quali diventano santi e madonne.

L’ombra di Caravaggio è quindi, in primo luogo, un elogio della conoscenza biblica del pittore. Il film ci ricorda la sua passione per i Vangeli, creando un parallelismo per certi versi veritiero tra le opere di Michelangelo Merisi e l’opera misericordiosa di Gesù Cristo. Il Merisi si fa traduttore della religione cristiana in un mondo che per ovvie ragioni – siamo nei primi anni del 1600 – rifugge certe interpretazioni, specie se a darle è un uomo irascibile, omosessuale, macchiatosi per giunta di omicidio durante un duello. Circostanza, quest’ultima, che gli procurerà una condanna a morte, inducendolo a fuggire per l’Italia fino a raggiungere Malta. Un pretesto che cinematograficamente parlando ci regala un passaggio obbligato tra le meraviglie del Bel Paese, portandoci al cospetto della scenografia di Tonino Zera.

Michele Placido rifugge l’estetica per soffermarsi sulla filosofia caravaggesca

l'ombra di caravaggio recensione cinematographe.it
Ph. Luisa Carcavale

Ciò che Placido racconta risiede nell’Ombra, personificata in Louis Garrel; un’Ombra che aleggia in ogni circostanza, puntando l’occhio di bue su specifici personaggi e determinate circostanze. Attraverso il viaggio dell’Ombra veniamo in contatto con chi stima e protegge Caravaggio (Costanza Colonna, interpretata da Isabelle Huppert e il cardinale Del Monte, di cui veste i pani Michele Placido in primis), con chi lo invidia, come il pittore Baglione interpretato da Vinicio Marchioni e con chi lo ammira (Artemisia Gentileschi, interpretata da Lea Gavino). Si fa luce, inoltre, su dialoghi e incontri che Michele Placido ha maturato interiormente in gioventù, come quello tra Giordano Bruno (Gianfranco Gallo) e Caravaggio: un eretico che incontra un genio, in un effluvio filosofeggiante che profuma di rivoluzione.

Nel tentare di far rivivere l’arte di Caravaggio Placido si serve della musica di ORAGRAVITY (il duo formato da Umberto Iervolino e Federica Luna Vincenti, edita da Edizioni Curci e Goldenart Production, in uscita in digitale dal 4 novembre) e decide non di avvinghiarsi all’estetica del chiaroscuro, bensì di portarci nei meandri della messa in scena, convinto che il pittore, durante la realizzazione di opere immortali (solo per citarne alcune: La Madonna della Serpe, Maria Maddalena in estasi, Morte della Vergine, Crocifissione di san Pietro) ricreasse una vera e propria composizione teatrale. Sebbene l’arte invada ogni spazio scenico, ciò che emerge è quindi il motivo che induce il pittore a realizzare certi capolavori, la smania che lo spinge a fantasticare, a vedere nella gente del popolo i protagonisti delle sacre scritture.
Peccato però che non venga affrontata con dovere la tecnica pittorica che ha reso grande il pittore (con tutta la scia di imitatori che egli spesso malmenava), indissolubilmente unita alla filosofia di ritrarre il vero.

In L’Ombra di Caravaggio Riccardo Scamarcio convince a metà

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Ph. Luisa Carcavale

In questo gioco fatto di pennelli, storie d’amore e d’amicizia, inseguimenti, duelli e compromessi, il Caravaggio di Riccardo Scamarcio dovrebbe sconvolgerci con l’impeto di un’inquietudine interiore, scuoterci con la ribellione dal torpore della monotonia, issarci sulle cime dell’adulazione per poi farci precipitare nell’oblio della perdizione, nella follia dell’abbandono.
L’attore pugliese convince di volto ma non di lingua. Se i suoi lineamenti si calano abbastanza fedelmente nella pelle del pittore milanese, la sola promessa di una maledizione non basta a restituirci un Caravaggio autentico, convincente e stravolgente. Tuttavia, il compito era arduo e per niente facile da portare a termine, specie in un tempo in cui la fama e il talento di Caravaggio sovrastano senza batter ciglio il suo vissuto personale.

Certamente, il linguaggio adoperato in alcune scene non aiuta a farci calare nell’epoca di riferimento e lo stesso vale per certi incontri, riscontri e ragionamenti, la cui ondata rivoluzionaria e sovversiva è certo maggiormente intesa da quelli del nostro tempo.

Un film fatto di luci e ombre

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Ph. Luisa Carcavale

Placido confeziona quindi un film di luci e ombre, un’opera che parla di Caravaggio prendendosi anche delle licenze poetiche: è il suo Caravaggio, quello che ha immaginato, che ha studiato e che non tiene conto di molte cose. Così, se da una parte ci viene mostrata una pellicola in cui l’alto budget (il costo complessivo ammonta a 14 milioni d’euro) traspare in costumi, scenografie e impiego del cast – tra gli altri interpreti anche Micaela Ramazzotti nei panni della musa di Caravaggio (Lena), Lolita Chammah in quelli della prostituta Anna, Alessandro Haber nei panni di Battista e il cantante Tedua – dall’altra il film potrebbe sembrare intramezzato da mancanze tali da infastidire gli amanti dell’arte del Merisi.

Al netto di tutto, lo ribadiamo, L’ombra di Caravaggio è un’interpretazione di Michele Placido e in quanto tale può trovare rifugio o meno nel gusto personale di chi guarda.

Regia - 3.5
Sceneggiatura - 3
Fotografia - 3.5
Recitazione - 2.5
Sonoro - 2.5
Emozione - 2.5

2.9