Kingsman: Il Cerchio d'Oro

Se Kingsman – Secret Service ha sorpreso tutti per la sua nota camaleontica e l’abilità di bypassare i differenti generi per rendere sul grande schermo un mix di azione, trash e bon ton, con uno sguardo vigile verso il più noto James Bond e pronto a sottolinearne le differenze, con Kingsman: Il Cerchio d’Oro Matthew Vaughn mantiene lineare il suddetto registro riuscendo abilmente a non scadere nella monotonia, regalandoci anzi un film ironico, divertente, adrenalinico, a tratti pulp.

Non occorre più far capire al pubblico che Kingsman non ha nulla a che vedere con i film sulle spie, perché il pubblico lo sa già – per questo ritornerà ad affollare le sale dal 20 settembre, data d’uscita italiana di Kingsman: Il Cerchio d’Oro, distribuito da 20th Century Fox – e adesso pretende da questo capitolo un prodotto sorprendente quanto il primo. La domanda è: Matthew Vaughn sarà riuscito nell’impresa? La risposta più semplice è si, ce l’ha fatta, ma adesso scopriamo perché!

Kingsman: Il Cerchio d’Oro – cowboy is the new gentleman!

Kingsman il cerchio d'oro

Se nel primo capitolo ci si era concentrati solo sulla società segreta Kingsman e sulla formazione di Eggsy (Taron Egerton), con un Colin Firth (Harry Hart alias agente Galahad) in forma smagliante, maestro di classe e grazia, in Kingsman: Il Cerchio d’Oro si esce fuori dall’ambiente londinese e dai confini societari della particolare sartoria per raggiungere la Statesman, altra agenzia di intelligence internazionale e indipendente con base negli Stati Uniti (esattamente nel Kentucky) che fa della produzione del noto whisky la sua impeccabile copertura.

E sarà proprio la suddetta organizzazione, provvista di un carico di nuovi e altisonanti agenti segreti quali Ginger Ale (Halle Barry), l’agente Champagne (Jeff Bridges), l’agente Tequila (Channing Tatum) e l’ambiguo agente Whiskey (Pedro Pascal) a conferire alle vecchie volpi, ovvero Harry Hart (Colin Firth), Gary/Eggsy/Galahad (in breve Taron Egerton, che ha acquistato il nome di Galahad dopo la presunta morte di Harry) e Mark Strong (Merlino), quella sfumature più sorniona e sportiva tipica dei cowboy.

Una scelta che implica il cambiamento forzato delle modalità di combattimento e comportamento. Lo charme da gentleman è ancora valido, ma viene smorzato e arricchito da uomini con cappelli a falde larghe, provvisti di lazi, camperos e nanotecnologie all’avanguardia, oltre a mezzi di trasporto costellati da alcolici e una serie di plus che ha lo scopo di rendere ancora più dinamica l’atmosfera, aprendo un vero e proprio squarcio nell’immaginazione.

Eggsy, dal canto suo, diviene il protagonista assoluto. Costretto a prendersi le proprie responsabilità e a crescere più in fretta del previsto dopo la presunta morte del suo mentore; il novello agente Galahad adesso vive la sua felice vita di coppia con la principessa Tilde (Hanna Alström) alla quale, se ricordate bene, aveva salvato la vita alla fine di Secret Service in cambio di un ortodosso riconoscimento in natura. Insomma, un agente segreto che si lega sentimentalmente: un altro schiaffo di Vaughn al Bond style movie e alla concezione delle donne come breve parentesi in grado di dare una spruzzata di pepe alla trama.

Un filo di erotismo che però, attenzione, non manca neanche in Kingsman: Il Cerchio d’Oro, shakerato con parsimonia al fine di regalarci un cocktail frizzante fatto di scene hot, astuzia e tacita azione.

Tuttavia non manca la linea di demarcazione tra eros e amore vero, quel romanticismo accennato che contribuisce a regalare al protagonista una parterre di sfide mentali e morali atte a farci comprendere il peso dell’azione fatta ai fini del bene comune. A tal proposito è emblematica la scena in cui Gary si ritrova ad affrontare, come ogni ragazzo, il fatidico incontro con i suoceri: una sfida che necessita una preparazione capillare su andamento del mercato, storia dell’arte, tecnologia e bon ton.

Fiore all’occhiello di Kingsman: Il Cerchio d’Oro è però la perfida Poppy alias Julianne Moore.

 Kingsman - Il Cerchio d'Oro

Capo supremo dell’organizzazione criminale nota come Il Cerchio d’Oro, leader mondiale nello smercio di droga, Poppy vive completamente isolata dal mondo civile a causa dell’illegalità del suo lavoro, dettaglio che non può non provocarle rammarico, dal momento che vorrebbe stare invece al centro dell’attenzione. Ciò nonostante ha provveduto a ricreare l’atmosfera statunitense anni ’50, quella tipica di pellicole come American Graffiti, Grease, Happy Days, a munirsi quindi di centro estetico, pub, cinema e bowling, oltre che di guardie armate fino ai denti e cani robot pronti a sterminare il nemico.
Ah, piccolo ma fondamentale dettaglio: ha rapito Elton John, che nel film regala al pubblico il suo lato più eccentrico ed esaltante.

Una regia dinamica e a suon di musica ci concede attimi di pura goduria, intercalati da scene splatter al punto giusto. In Kingsman: Il Cerchio d’Oro gli occhi degli agenti segreti si interfacciano con i nostri: vediamo ciò che loro scrutano, rotoliamo insieme nella polvere, ci immergiamo in acqua, rischiamo di soffocare ma siamo invincibili e su questo non ci piove perché, almeno per un paio d’ore, ci sentiamo tutti un po’ dei Kingsmen!

La fotografia pittoresca di George Richmond (Quantum of Solace), atta a tratteggiare i dettagli di ogni sequenza, sa far impregnare il grande schermo di quei colori audaci e brillanti di cui ci si bagna l’anima solo a vederli. Altra nota di merito va data agli elementi scenici (Darren Gilford), capaci di farci immergere totalmente nei nuovi ambienti e nelle tradizioni che, dall’elegante Londra allo stile country del west Virginia, disegnano un flusso di tradizioni e innovazioni accattivante e chic.

Inutile sottolineare che la musica, in Kingsman: Il Cerchio d’Oro, è il fulcro di ogni azione. Dalle canzoni anni ’80 all’immancabile melodia di Elton John fino ad arrivare a una sfilza di cult pop rock sulle cui note i combattimenti divengono fluidi, si bloccano o accelerano come i passi di una ballerino di nota fama su una pista disco.

Questo film vi sorprenderà come e più del primo capitolo, a cui Matthew Vaughn concede più di una strizzata d’occhio.

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