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Con John Rambo, del 2008 e diretto da Sylvester Stallone, l’ex berretto verde reduce dalla guerra del Vietnam si ritira nella Thailandia settentrionale, dove lavora su un battello sul fiume Salween, al confine con la Birmania. In mezzo ad un teatro di conflitto tra il regime militare birmano e un gruppo etnico locale, Rambo dovrà aiutare un gruppo di missionari protestanti guidati da Sarah Miller (Julie Benz), nella missione più spietata e violenta di sempre. Rapiti e fatti prigionieri dal temibile comandante Pa Tee Tint (Maung Maung Khin), Sarah e il resto del gruppo potrà solo contare sullo spirito di adattamento del veterano di guerra e su un manipolo di mercenari pesantemente armati e intenzionati a collaborare con Rambo. Il film è disponibile su Netflix dal 15 Giugno.

John Rambo (2008): la guerra scorre ancora nel sangue

john rambo 2008 recensione cinematographe.it

Il conflitto interno in Birmania, ritratto nel quarto capitolo di Rambo, funge da valvola di sfogo per un soldato ancora vivo ma immerso in ricordi che lo hanno lacerato nel profondo. Stallone ricopre nuovamente il ruolo iconico del sopravvissuto contrito, combattuto ma ancora in grado di compiere stragi. Guidato più dall’istinto di uccidere che dal senso del dovere, Rambo si adegua alle dinamiche compiute da barbari assetati di sangue; si ritrae un regime militare distorto, alimentato da un illimitato potere decisionale volto a dispensare cadaveri. Il pretesto si rivela efficace e ben introdotto, al fine di arricchire il profilo psicologico di Rambo.

Senza scegliere una fazione e senza ampliare la cerchia di alleati e amicizie, Rambo rappresenta quella miccia che tenta disperatamente di raggiungere il cuore di un ordigno esplosivo. Una volta giunta a destinazione, avviene un’esplosione devastante e capace di colpire qualsiasi minaccia nei suoi paraggi. Un’ira incontrollabile si ritaglia lo spazio necessario per essere compresa, sia dai ruoli di contorno che dallo spettatore: un sentimento ricolmo di rancore prende forma e si rinnova con scene di assalto e massacro di donne e bambini da parte delle truppe governative della Birmania. Immagini veramente crude che vengono “mitigate” dall’intervento di Rambo in azione, per utilizzare un iperbole.

Vivere per niente o morire per qualcosa

john rambo 2008 recensione cinematographe.it

La storia di John Rambo viene ritagliata a misura di protagonista, con uno spunto iniziale debole ma ricco di violenza ingiustificata: è un richiamo fin troppo evidente per smuovere la coscienza del soldato e rimetterlo sul circuito insanguinato e lastricato di morti innocenti. Non vengono concesse digressioni per approfondire i caratteri dei personaggi secondari e degli antagonisti; il fine ultimo del quarto capitolo di Rambo è quello di rispolverare un’icona che ha reso grande il cinema degli anni ’80 e inserirlo in un contesto storico ancora più agghiacciante. La posta in gioco è molto alta e il reduce pentito avrà di nuovo un’occasione per redimersi, offrendo aiuto ad un gruppo umanitario in serio pericolo.

La regia, a cura dello stesso Stallone, è vibrante ed energica: non vi sono momenti di stallo nel ritorno alla giungla del terrore. La frustrazione e il senso di giustizia misto a sete di sangue prendono il sopravvento nelle immagini riprese da Stallone. La carneficina – con un conteggio record di 254 soldati e civili caduti– non risparmia nessuno: in una realtà così destabilizzante, l’unico modo per salvarsi la vita è combattere fino allo stremo delle forze. L’ambientazione è ottimamente riprodotta, pur avendo girato il film nello stato di Guerrero, in Messico. Nella pellicola si trasforma nel paese asiatico della Birmania, insidiosa ed eternamente investita da una pioggia incessante; è una location valida e sfruttata per rafforzare il carisma dell’attore protagonista e delineare al meglio l’imponente stazza di Rambo. La durata contenuta, infine (che si attesta sugli 88 minuti nella versione italiana), è perfetta per inghiottire il soldato nelle fauci di una terra alimentata dall’odio.

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