voto del pubblico 3.0/5
voto finale 2.8/5
Regia
Sceneggiatura
Fotografia
Recitazione
Sonoro
Emozione
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Vista dalla prospettiva atea, la religione risulta in effetti qualcosa di molto buffo e a tratti assurdo. Dai riti liturgici al vestiario, per non parlare poi di tutta quella serie di precetti atti ad indicare cosa è giusto o sbagliato; ci si chiede se vale davvero la pena credere in una storia così antica a fronte di una certezza perlopiù mentale di vita eterna e la risposta di certo è molto complessa di un si o un no. La risposta, forse molto più semplicemente, non esiste, non qui!

Nella composizione del suo terzo film, Io c’è, nelle sale dal 29 marzo, Alessandro Aronadio sfrutta a pieno regime la chiave di lettura del paradosso, analizzando sotto la lente d’ingrandimento della comicità la religione cattolica, per poi intercalarla dolcemente con una costante purtroppo comune al nostro tempo e (per forza di cose) al cinema nostrano: la crisi economica.
Usando un’impettita voce fuori campo, il regista dell’acclamato Orecchie racconta la storia di Massimo Alberti, alias Edoardo Leo. L’attore romano si cala ancora una volta nei panni del ragazzo stroncato dalle limitazioni di un Paese che ha messo troppi alle strette, disposto a tutto pur di risollevare la sua situazione. Lui, figlio di papà e gestore di un bed and breakfast ormai in piena decadenza (il Miracolo Italiano), trova in un convento gestito da agguerritissime suore l’idea giusta a mandare avanti la sua attività: trasformare l’hotel in un luogo di culto, aggirando così il pagamento delle tasse.

Quale fede è più confacente al suo bisogno? Dopo aver cercato invano, aggirandosi tra cattolici, musulmani, ebrei e chi più ne ha più ne metta, trova finalmente in in uno specchio la sua chiamata divina, fondando lo Ionismo, che poi di fatto fa rima con egoismo. Nell’elaborare la nuova religione il protagonista fa affidamento alla sorella, nonché sua commercialista, Adriana (Margherita Buy) e a Marco (Giuseppe Battiston), un uomo di cultura, autore di libri che nessuno legge, compagno di quella che una volta era niente meno che la moglie di Massimo Alberti.
Mettendo in gioco il personaggio del detto e incompreso, Aronadio sferra la pedina perfetta a rinfrescare fugacemente la memoria degli spettatori nell’ambito religioso, fornendo una spolverata di storia godibile e curiosa, che dona a Io c’è quel plus di argomentazioni in grado di spalancare le porte della mente, lasciando accendere a intermittenza le lampadine delle inclinazioni personali. Proprio come nell’assemblaggio di una grande opera, anche nella realizzazione di un nuovo culto subentra l’idea di rubare dal passato, scrostando qua a e là dove occorre al fine di dare al nuovo credo quel volto fresco e accattivante che lo rende irresistibile.

Io c’è: una commedia leggera dall’umorismo sottile e graffiante

io c'è cinematographe

Una commedia apparentemente leggera, certo molto distante dalla precedente opera del regista: più ricca di colori accesi, suore alla Sister Act, inquadrature pur sempre eccelse ma non così predominanti da lasciare il segno e attori di gran lunga più noti, a cui è facile strappare una risata o un cenno di assenso con la semplice apparizione.
Io c’è tira calci di rigore a una porta semivuota sfondando la rete di un umorismo sottile e consueto, lasciandoci ronzare nelle orecchie le battute di spirito di falsi credenti o adoratori poco convinti, dirigendosi infine verso l’uscio con quel brio graffiante e una riflessione lasciata sul fondo: chi siamo? Cosa crediamo? Verso cosa stiamo andando?

Nell’ultimo film di Alessandro Aronadio si condensa il tempo necessario a sorridere di gusto, ma anche la tristezza di un Paese che nel presunto cambiamento “in meglio” non si trova per niente bene e quindi sente l’urgenza di evadere, mentire. La stessa urgenza di raccontare che stavolta il regista non riesce a comunicarci appieno, presentando una pellicola che ha di certo tanti pregi, però pecca di quella spunta di omologazione al resto dei prodotti nostrani che da uno come Aronadio non ci si aspettava.

Avremmo voluto vedere oltre, addentrarci meglio tra le smerigliature di una serie di sotto-trame inserite quasi in sordina. Di questo film resta senza dubbio una godibile visione e la consapevolezza che talvolta, al di là delle credenza religiose, delle ataviche regole e della cultura di appartenenza, occorrerebbe guardare dentro lo specchio, ma solo per cercare di capire come essere persone migliori e provare ad amarci un pochino di più, possibilmente senza prenderci troppo sul serio, che tanto di fatto nessuno sa cosa c’è alla fine del viaggio, ma vale la pena goderselo, sempre!