Inshallah a Boy!: recensione del film giordano premiato a Cannes

Dal 14 marzo nelle sale italiane, candidato all'Oscar per la Giordania, Inshallah a Boy! è il film con cui Amjad Al Rasheed ha debuttato da regista: la storia di una donna che, nella vedovanza, trova il coraggio di sfidare l'ottusità e la vigliaccheria degli uomini che la circondano.

In Inshallah a Boy! Nawal, interpretata dalla straordinaria attrice palestinese Mouna Hawa, è madre di una bambina molto sveglia e vorrebbe avere un secondo figlio, ma il marito muore all’improvviso e lei resta sola. L’uomo, di cui non conosceva le ombre, si era indebitato con il proprio fratello e questo non intende soprassedere: dalla cognata vuole la restituzione di quanto gli spetta o, in alternativa, la casa in cui la donna e la figlia vivono, al cui acquisto Nawal stessa ha contributo senza tuttavia poterlo dimostrare.

Inshallah a Boy!: un’opera prima giordana che s’affida alla rabbia luminosa della sua protagonista

La Sharia, legge vigente in Giordania, Paese in cui il film è ambientato, consente infatti di rivendicare l’eredità alla famiglia di un fratello defunto se il fratello defunto non ha avuto un figlio maschio. Di fronte alla prepotenza del cognato, che stima nulli i suoi diritti e la considera solo come appendice di un soggetto maschile – il marito morto; l’ipotetico futuro marito; il figlio maschio che non ha avuto prima e (forse) avrà –, In Inshallah a Boy! Nawal scopre la determinazione a sfidare le diverse incarnazioni della presunzione del patriarca di sapere che cosa è giusto e cosa no per una donna: non solo l’atteggiamento prevaricatore del fratello del marito, ma anche la pavidità del proprio fratello e l’insistenza interessata di un corteggiatore da cui non può in alcun modo accettare un aiuto economico perché sa che quel che il suo creditore chiede in cambio può diventare per lei la forma più alta di ipocrisia, e dunque di ulteriore schiavitù.

Inshallah a Boy! (“Voglia Allah sia un maschio!”) è un film che ritrae l’integrità di una donna che, in un attimo, perde tutto, ma che, proprio perché non ha altro da perdere, nella derelizione e nella desertificazione di opportunità, trova il coraggio di affrontare piccole e grandi paure (un topolino; la legge maschiocentrica) così come di puntare i piedi per i suoi diritti, di prendere a borsettate un ordinario bighellone dedito al catcalling e di aiutare la nipote della donna che assiste ad abortire il figlio concepito con il marito infedele e violento. Il film, opera prima che il regista Amjad Al Rasheed ha scritto con due donne (Rula Nasser e Delphine Agut), aderisce alla sua protagonista, ne rappresenta le minime variazioni di umori, sentimenti, affetti, l’irruzione della rabbia – l’aggressività femminile, forse ancora uno dei più grandi tabù interculturali –, ne segue la conquista di piccole libertà, l’apparizione di barlumi di coscienza femminista, la volontà sempre più testarda di rendere visibili le ingiustizie subìte e i bisogni, più che frustrati, mai riconosciuti dagli altri. Nawal scopre che la disubbidienza è un valore e comincia a praticarla con soddisfazione crescente, per sé stessa e per la figlioletta ancora piccola, a cui vuole dare un esempio diverso dalla passività incoraggiata dal discorso comune: il pubblico segue con gioia questo sì lento, ma anche progressivo e ascendente, avvicinamento a un modo nuovo di vivere: non più soltanto accettando le condizioni altrui, ma dettando le proprie. Solo così il destino può dare una mano, e la realtà somigliare al desiderio, magicamente trasformarsi.

Inshallah a Boy!: valutazione e conclusione

L’intelligenza drammaturgica e clinica del film si rivela non solo nella sensibilità realistica, priva di forzature, con cui si mette a servizio della nascita – non si può infatti parlare di ri-nascita, dal momento che Nawal non nasce come soggetto se non nel momento in cui la perdita del marito la spinge a farlo – della protagonista, ma anche nell’impostare la riflessione soggiacente sui rapporti di genere non nei termini di particolarismo socio-culturale in cui la religione ha un peso determinante, ma universalmente: la coetanea ricca e cristiana per cui Nawal lavora paga letteralmente sulla pelle la pretesa maschile di controllare il suo corpo, di ridurlo a mero contenitore di feti che, mese dopo mese, diventino bambini. Possibilmente, maschi. L’Islam viene spesso strumentalizzato quale causa prima del sessismo nei Paesi in cui rappresenta il credo più diffuso, ma Inshallah a Boy! mostra molto bene come la questione, per essere compresa a fondo, debba spostarsi su un piano più culturale che strettamente confessionale: ogni donna, qualsiasi sia il credo e l’estrazione sociale, in virtù della sua differenza rispetto a un maschile che s’erge a misura di tutto, non può sottrarsi al confronto con il sesso ‘forte’ che crede grottescamente alla propria forza. E che, quando vacilla nella sua persuasione di potenza, spesso trasforma quella forza presunta in furia: castigatrice o castratrice che sia.

Inshallah a Boy! è nelle sale cinematografiche italiane dal 14 marzo 2024, distribuito da Satine Film.

Regia - 3.5
Sceneggiatura - 3.5
Fotografia - 3.5
Recitazione - 3.5
Sonoro - 3.5
Emozione - 3.5

3.5