In the Mood for Love: recensione del film di Wong Kar-wai

La recensione di In the Mood for Love di Wong Kar-wai, melodramma per eccellenza, racconto evocativo, ritratto epocale, capolavoro senza tempo.

La folgorazione di inizio millennio per il cinema mondiale passa da Cannes53, dove Wong Kar-wai, dopo aver realizzato gioielli come Hong Kong Express, Angeli perduti e Happy Together, presenta In the Mood for Love (titolo originale: L’età della fioritura), capolavoro senza tempo inserito da Sight & Sound e poi a cascata da tutte le riviste più o meno prestigiose o istituzionali nelle classifiche delle migliori pellicole del XXI secolo.

In quel festival la giuria guidata da Luc Besson gli preferisce Dancer in the Dark di Lars Von Trier e l’unico premiato alla fine è Tony Leung, ma la critica all’unanimità capisce di essere di fronte al diadema della filmografia di un autore complesso ed estemporaneo, svincolato dalla inclusiva tradizione del cinema cinese e sempre dallo sguardo universale.

In the Mood for Love è l’indimenticabile affresco di un sentimento, dipinto secondo un linguaggio visivo che trascende il flusso del regolare scorrere del tempo e delle prospettive razionali per seguire il ritmo delle fantasie espresse attraverso sguardi, gesti, silenzi e rituali, racchiusi in una cornice opprimente, in cui sono costrette a danzare educate e composte.

Lo spazio dell’amore

In the Mood for Love, cinematographe.it

Ambientata nella Hong Kong dei primi anni ’60, la storia di In the Mood for Love racconta dell’incontro tra il signor Chow e la signora Chan, marito e moglie in due coppie diverse, trasferitesi lo stesso giorno sullo stesso pianerottolo in due appartamenti contigui. Il loro continuo incrociarsi li porterà a conoscersi, ma sarà la rivelazione della storia clandestina tra i loro partner ad unirli, insieme alla promessa di non essere mai come loro, minacciata dal segreto di un amore che si ciba di un’assenza imposta, in attesa solo di dichiararsi sotto una leggera pioggia serale, senza pretese di una confessione che si possa fare ad altri che a stessi.

Una storia di amore universale, raccontata in spazi stretti, pensati per essere intimi e allo stesso tempo affollati e catturati spesso nella loro ripetitiva circolarità, inganno della medesima prospettiva, utile a suggerire la diversa scorrevolezza del tempo scandito da un ritmo narrativo più assimilabile al concetto di memoria che a quello di racconto conseguenziale. Sullo sfondo una città catturata in un momento di profonda trasformazione sociale e culturale.

Una storia d’amore che da essere materia dei soli protagonisti si espande oltre la semplice dimensione di coppia, ripercorrendo i passi di un innamoramento che porta i due a diventare i fantasmi da cui sono stati traditi, ma con i quali condividono il medesimo sentimento.

Negli spazi geometrici di In the Mood for love si vive e si rivive una relazione che sfuma fantasia e realtà, immedesimazione ed appropriazione, e che rischia di diventare reale solo fuori dal tempo: nei silenzi immobili, nei gesti rubati e negli sguardi celati. I due innamorati diventano essi stessi sublimazione del sentimento e dello spazio in cui prende corpo, fondendosi con esso proprio attraverso i motivi visivi che indossano (che siano vestiti o cravatte) e diventando così definitivamente parte di un processo che si forma intorno e a causa loro.

In the Mood for Love: il cinema che ci auguriamo

Maggie Cheung-Tony Leung, cinematographe.it

In un film che vive principalmente di interni e di cornici Wong Kar-Wai disegna una dimensione su misura dei suoi due tenori, Tony Leung e Maggie Cheung, interpreti straordinari di due prove irraggiungibili, al gusto di una contaminazione cinefila che tocca lidi della Nuovelle Vague, del cinema di Antonioni e dell’erotismo che ritroviamo in Bertolucci, dal quale si differisce per grado di pudore, ma non per eleganza. Una dimensione ossimorica, giocata sulla chiusura degli spazi e l’apertura della composizione, impreziosita da una colonna sonora che mischia ancora occidente ed oriente (guidata dalle esecuzioni di Nat King Cole e dalle note senza tempo del tema di Shigeru Umebayashi) e dall’avvicendamento di due direttori della fotografia dalla poetica differente, ma sensazionalmente integrata.

Lo spettatore è osservatore di un racconto lavorato per sottrazione, in cui l’inquadratura diventa luogo vitale essenziale, come lo sguardo di chi osserva, a cui è riservata la scelta anche di non guardare, di ascoltare e di immaginare. L’importanza del fuori campo, dell’inquadratura fissa, dell’azione celata e dei dettagli nascosti si rivela in un mosaico cromatico in cui i corpi, le azioni e i mondi emozionali dei due protagonisti acquisiscono una forma potente, pur vivendo nel minimo e nell’uguale, sempre e costantemente.

In the Mood for Love, cinematographe.it

In the Mood for Love aveva solo una semplice outline quando le riprese sono iniziate, il lavoro sul set è durato 15 mesi.

In the Mood for Love è tratto da un romanzo breve e pensato per essere parte di una ampia riflessione sul cambiamento delle usanze culinarie cinesi. Una pellicola inglobante, da cui lo stesso regista ha fatto fatica ad uscire.

In the Mood for Love è la rivoluzione di Wong Kar-wai, un cinema dal fascino e dalla grazia straordinaria. Vivo perché scritto, respirato sul momento. Faticoso, ma appagante. Essenziale e totale. Moderno e mai schiavo. Il cinema più bello, il cinema che ci auguriamo.

Regia - 5
Sceneggiatura - 4
Fotografia - 5
Recitazione - 5
Sonoro - 4
Emozione - 5

4.7