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Con il suo quarto film Edoardo De Angelis riesce a conquistare davvero tutti. Sei premi ai David di Donatello, altrettanti ai Nastri d’Argento, presentata in giro per il mondo da Toronto a Londra, l’opera precedente del regista napoletano è un successo sotto ogni punto di vista, partendo da quel primo piano sequenza su una spiaggia al mattino presto fino al taglio netto che separa le gemelle sul finale del suo Indivisibili. Ma, dopo il quadro della degradazione morale e familiare che nel film con le sorelle Angela e Marianna Fontana De Angelis ci delineava, il cineasta tenta nuovamente un approccio similare, senza avere però dalla sua parte la sceneggiatura su cui sostenersi e buttandosi così, con Il vizio della speranza, come in mare aperto.

La vita può capovolgersi completamente. È ciò che è successo a Maria (Pina Turco), partita come mezzo di scambio tra prostitute incinte e donne che aspettano di diventare madri e catapultata in un attimo nella situazione inversa. Tutto nella vita della giovane è pronto a cambiare, a partire da quel piccolo miracolo che credeva impossibile.

Il vizio della speranza – Quando l’eccesso sortisce l’effetto contrarioil vizio della speranza cinematographe

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La regia di Edoardo De Angelis torna ne Il vizio della speranza, ma sembra lasciare dietro di sé tutto il resto. Con la camera che tampina i suoi personaggi con insistenza stilistica, il regista insegue gli squilibrati individui della sua storia nelle diverse diramazioni che questa tenta di raccontare, con un risultato in conclusione totalmente opinabile. A fronte di una narrazione chiara, di cui sono ben precise le intenzioni, il film sembra non curarsi di limare l’eccesso di sofferenza che vorrebbe far passare, oltrepassando un confine che, giunto al suo massimo, sortisce l’effetto contrario, annullando del tutto il sentimento che avrebbe dovuto portare in grembo.

Non è, infatti, nei silenzi prolungati che si va a giudicare lo script del lungometraggio, ma nel suo non sembrare saper bene come incastrarli, costringendo il racconto a riempirsi in sovrabbondanza della colonna sonora di Enzo Avitabile e portandola – quasi – a perdere la sua bellezza. E, quando arriva per i protagonisti il momento di comunicare, ciò avviene soltanto tramite lunghe spiegazioni che rendono superflua la staticità dell’atmosfera, nonché con dialoghi che avrebbero potuto essere trattati con una cura maggiore.

Brava l’attrice protagonista Pina Turco, pur ritrovandosi ad interpretare un personaggio in cui i cambiamenti negli atteggiamenti e nell’umore avvengono troppo repentinamente, non permettendo di vedere una mutazione graduale nella donna e, per questo, motivarla. Un problema che si ricollega direttamente alla base della scrittura de Il vizio della speranza e che nessuna metafora può risollevare. Perché è anche con il simbolismo che il film cerca il proprio linguaggio, sfociando nel qualunquismo allegorico che mostra di non avere dalla sua nessuna idea né valida né tanto meno emblematica in maniera originale.

Il vizio della speranza e l’abilità di De Angelis il vizio della speranza cinematographe

Una gestione del tempo della gravidanza della protagonista che richiede uno sforzo di fantasia da parte dello spettatore, che deve saper accettare la corrispondenza tra le settimane della maternità e le stagioni della storia, arrestando quel senso di realismo che De Angelis voleva dare, il quale non viene supportato neanche dalla scelta di alcuni dei suoi attori.

Più che per le donne de Il vizio della speranza e le loro condizioni di miseria, il vero dispiacere che si lega al film è quello verso un regista che, con le sue abilità, riesce sempre a rendere degno qualsiasi lavoro, pur quando questo viene infossato da terzi. Un’argomento che avrebbe potuto strappare il cuore del pubblico e invece permette soltanto di provare un senso di dolore, non per l’opera in sé, ma per l’affievolirsi di quella speranza che il cineasta avrebbe voluto saper dare.

Il vizio della speranza è in uscita nelle sale italiane dal 22 novembre 2018, distribuito da Medusa Film.

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