Il venditore di medicine: recensione

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Bisogna dare uno e prendere undici, se diamo uno e portiamo a casa tre abbiamo fallito; bisogna vendere, scavalcare, ingannare, non stancarsi mai e corrompere; frammentare in minuscole parti la dignità e la morale, perché così si sopravvive ai tagli, così si diventa Il venditore di medicine impeccabile e da tenersi stretto.

Claudio Santamaria è Bruno, quell’informatore medico instancabile, quell’uomo in giacca e cravatta con la valigetta che passa davanti ai pazienti, la pedina apparentemente insignificante che però, nel suo piccolo, rappresenta l’emblema di un sistema che va allo scatafascio e di un’umanità carente, proprio in quel settore in cui dovrebbe essere potenziata: la sanità pubblica. In questo ambiente in cui tutti affluiamo le aziende farmaceutiche giocano a braccio di ferro tra loro e il farmaco si sveste del compito di portatore di benessere, divenendo mero prodotto da commercializzare e rendere appetibile. Il venditore di medicine va a ritrarre l’omologazione del mondo assetato di denaro, vomitando sullo schermo, dalla prima all’ultima immagine, tutta l’indignazione di una denuncia dalla quale le grandi aziende come la Zafer Pharma ne escono, in un modo o nell’altro, senza sporcarsi le mani.

il venditore di medicine

Antonio Morabito scrive e dirige un film dai colori e dalle ambientazioni fredde, una pellicola fatta di bugie, respiri ansimanti e perenni primi piani; la telecamera ci porta a scoprire il mondo con gli occhi del protagonista, rivelandoci un ambiente corrotto, intriso di maschere, regali, medicine che penetrano nella vita dei personaggi come caramelle, in un velato ma insistente moto ondoso di menefreghismo.

La pellicola, una produzione italo-svizzera presentata fuori concorso al Festival Internazionale del film di Roma nel 2013, inizia con l’immagine di una bella quanto spietata Isabella Ferrari che interpreta la capo area Giorgia, dal suo volto irato la telecamera scivola sul tavolo, mostrando infine il perdente, colui che si ammazza per non aver adempito al compito di vendere di più, per essersi mostrato incapace di piegarsi alla legge del sistema e quindi tagliato fuori. Confluiscono fin da subito, come due fiumi in piena, i mali più noti del nostro tempo: la perdita del lavoro (e quindi del denaro) come autorizzazione a farla finita, credendo che, se dal punto di vista professionale le cose vanno male, non c’è ragione alcuna per continuare a vivere e la mancanza dell’etica e della morale, completamente scavalcate dalla distorsione più infima della massima ‘il fine giustifica i mezzi’.
In Bruno si incarnano malesseri e vizi di una società intera in cui dietro un lavoro rispettabile si cela qualcos’altro di losco. Così, mentre l’etichetta vorrebbe che lui entrasse nello studio medico per proporre e promuovere democraticamente un farmaco, la regola non scritta prevede che entri per proporre viaggi, sesso, droga, macchine di grossa cilindrata e iPad in cambio di prescrizioni. Le cose precipitano sul fronte lavorativo nel momento in cui l’azienda inizia a tagliare drasticamente il personale e a mettere sotto lente d’ingrandimento tutti i venditori, ma non vanno meglio dal punto di vista famigliare, in un ambiente esternamente perfetto in cui Bruno indossa la decorosa maschera del brillante professionista.

Il venditore di medicine

A rappresentare la normalità la moglie Anna (Evita Ciri), una professoressa di liceo ignara dei traffici del marito e desiderosa di un figlio (prima che l’avanzare dell’età non glielo permetta più) e un medico della mutua che non vuole abbassarsi ai ricatti di nessuno e umilia il protagonista per il suo modo di fare, rappresentando nel suo piccolo l’incorruttibilità e la speranza che, forse, qualcuno ancora tiene ai propri pazienti più dei propri privilegi.

Non c’è buonismo nell’opera di Morabito, nessun calo di tensione o carezza nei confronti di chi esercita queste pratiche; nessuna voglia di narrare i fatti a metà: la realtà viene spudoratamente messa a nudo, vista dal dietro le quinte in cui gli spettatori non possono accedere e criticata col taglio più documentaristico che romanzato, capace di arrivare al destinatario senza troppi giri di parole e senza abusare di tecnicismi.
Il fatto che Bruno arrivi a corrompere il gelido primario di oncologia, il Prof. Malinverni, interpretato da Marco Travaglio (perché tutti hanno degli scheletri nell’armadio!) e a far assumere delle pillole contraccettive alla moglie a sua insaputa completa il quadro di una vita al collasso, pezzata da un briciolo di umanità solo nel momento in cui si scontra con la malattia di un vecchio amico.

il venditore di medicine

Il venditore di medicine è un film che vuole far aprire gli occhi senza pretendere di spiegare troppo i dettagli, perché la superficie spesso basta a far comprendere che la civilizzazione e il progresso, quello che ci permette di stare svegli, dormire, non concepire, non tossire, non morire, spesso ci conduce in un vortice in cui la mancanza di moralità e sensibilità travalica la cura delle persone. La figura del medico, che dovrebbe prendersi cura dei pazienti più che del suo portafogli, viene svuotata dell’aura del salvatore e ridotta a complice di un sistema abominevole in cui non sono contemplate persone ma solo numeri, in cui non esistono farmaci adatti o meno, ma medicine da vendere e altre da non vendere.

Il confine tra film godibile e pesante opera da visionare attentamente è labile almeno quanto quello tra cattiva sanità e personale qualificato. Il venditore di medicine è un film che non fa sconti, un film da vedere per iniziare a capire ciò che, malgrado, avviene sotto i nostri occhi.

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