Il trattamento reale: recensione del film Netflix di Rick Jacobson

Fra smalti e bigodini, pranzi a palazzo e doveri aristocratici, Il trattamento reale si muove fra popolano e aristocratico mettendo in scena le premesse di una storia d'amore e classi sociali, vittima di anacronismi e stereotipi che riguardano noi Italiani nel mondo. Su Netflix dal 20 gennaio. 

Gli stereotipi sono duri a morire. Anche per il colosso di Netflix, che da anni ormai si fa sostenitrice testarda del politically correct e della tanto agognata inclusività. Nell’ultima rom-com da lei firmata Il trattamento reale, disponibile in piattaforma a partire dal 20 gennaio, il cliché vittima dell’intera narrazione è la rappresentazione degli italo americani di seconda e terza generazione, quelli emigrati negli USA in cerca di fortuna nella prima metà del Novecento e stabilitisi nelle comunità d’appartenenza all’interno delle metropoli multietniche come New York.

Il trattamento reale: storia d’amore fra la concretezza di Little Italy e l’illusione delle terre fiabesche

il trattamento reale Cinematographe.it

Figlia e nipote di matriarche dalle radici meridionali, conservatrici orgogliose degli usi e costumi del Sud dello Stivale, la parrucchiera Isabella (Laura Marano), per gli amici Izy, si affaccia alla vita e alla professione con piglio entusiasta, accogliendo col sorriso clienti di ogni età e impegnata giornalmente ad aiutare i meno fortunati. Un giorno, fra cortocircuiti in salone e problemi finanziari per l’affitto del locale, la spigliata hairmaker riceve una telefonata che le cambierà la vita.

Dall’altra parte della cornetta, e da una nazione che sul mappamondo non sussiste ma nella mente degli sceneggiatori evidentemente si, un maggiordomo ingaggia lei e le sue assistenti per prendersi cura dei capelli di sua altezza Thomas di Lavania (Mena Massoud), giovane rampollo della terra di Lavania (appunto), bisognoso di nuovo look per via delle future nozze progettate, suo malgrado, al mero interesse di corte. Un equivoco naturalmente; un appoggio narrativo per far incontrare (e dunque scontrare) due mondi diametralmente opposti, all’insegna di un appuntamento col destino che inevitabilmente farà scoccare la fatidica freccia di Cupido.

Caricature italo-americane e libri per bambini

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Barcamenandosi fra alto e basso, aristocratico e popolano, kitsch e raffinato, Il trattamento reale non si sforza minimamente di prendere di petto e decostruire i consueti e usurati modelli caricaturali di ambo i due i mondi che tenta di delineare, ponendo l’accento banale e riduttivo degli Italiani mattacchioni e fragorosi, estremamente legati ai doveri familiari e dediti ad offrire leccornie fatte in casa ad abitanti del quartiere e clienti del salone. Izy e mamma (Amanda Billing), e con loro soprattutto una nonna irrefrenabile (Elizabeth Hawthorne) sempre col grembiule da cucina, risentono vistosamente di un’immagine anacronistica degli Italiani nella Little Italy dei giorni nostri, confinandole, e con esse il film tutto, in una polaroid ingrigita, ormai fortunatamente sorpassata e che, francamente, siamo stanchi di vedere.

Dall’altra parte della congiunzione, quella cioè della stirpe regale di una terra inesistente, la penna della sceneggiatrice Holly Hester si rende altresì colpevole di un disegno sfacciatamente favolistico sulle abitudini a palazzo, illustrando la vita nella fantomatica nazione di Lavania come se fosse uscita da un libro per bambini, fra damigelle e maggiordomi dispensatori di buoni consigli e un’impostazione vecchio stampo che vede i sommi monarchi totalmente disinteressati alle condizione dei quartieri periferici, ove i sudditi, invece che piangere e ribellarsi alla miseria, suonano e ballano nelle piazze più folkloristiche e gipsy.

Il trattamento reale risente di semplificazioni ormai sorpassate e di una scintilla d’amore incapace di vibrare

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Insomma, Il trattamento reale è una storia di una (nascita) d’amore dall’approccio puerile, una commedia romantica risibile risollevata a tratti millimetrici da siparietti musicali e una colonna sonora che riprende i grandi classici del pop nostrano, da “Ba…ba…baciami Piccina” a “Il ballo del mattone”, fino al twist “Tintarella di Luna”. Come se agli Italiani bastasse un piatto di lasagne e uno spirito filantropico per essere globalmente riconoscibile, il film di Jacobson stupisce per essere l’ultimo lavoro di un regista piuttosto navigato, già curatore di serie cult come Spartacus, Xena: Principessa Guerriera e, addirittura, Baywatch, attivo dal 1991 ma chiaramente non a proprio agio nella commedia brillante che scende obbligatoriamente a patti con il gusto del pubblico delle nuove piattaforme.

Rimane dunque un velo misto di sconfitta e amarezza verso una love story incapace di vibrare, un cast di attori dai tratti etnici variegati scelto giustamente per accomodare uno spazio d’inclusione ma costretta in archetipi al contrario antiquati, dove prevale ed emerge, fino a compromettere l’intera operazione, la scissione fra buoni e cattivi; fra vita da strada colma di joie de vivre e quella delle mura del palazzo tediosa e immobilizzata nel passato. Un quadretto da fiaba della buona notte, coronato perfino dall’happy end col principe azzurro arrivato a cavallo, tipico stereotipo disneyano al centro di tante discusse polemiche.

regia 2 scengg 1,5  fotografia 2 recitazione 2 sonoro 2,5 emozione 2

Regia - 2
Sceneggiatura - 1.5
Fotografia - 2
Recitazione - 2
Sonoro - 2.5
Emozione - 2

2

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