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Sono passati tre anni da quando Gabriele Salvatores creò Il Ragazzo Invisibile, film fantascientifico ambientato a Trieste e focalizzato sul personaggio di Michele Silenzi, tredicenne timido e problematico che scopre di essere dotato di super poteri tanto imprevedibili quanto utili. Il film non aveva avuto il successo al botteghino che ci si aspettava, ma la critica ne aveva lodato il coraggio, l’originalità e la cura con cui era stato realizzato, pur a fronte di una recitazione poco ispirata e diversi buchi di trama, come testimoniato da ben 10 candidature ai David di Donatello. Ora il regista premio Oscar per Mediterraneo, autore di Puerto Escondido, Io Non Ho Paura e Nirvana, torna con il secondo episodio di quella che nei suoi progetti dovrebbe essere il secondo episodio di una saga fantascientifica tutta Made in Italy: Il Ragazzo Invisibile – Seconda Generazione. 

Ritroviamo Michele Silenzi (Ludovico Girardello), che ha ormai 16 anni e vive i problemi legati ad un’età turbolenta, problematica e con ben poche soddisfazioni sia in campo sentimentale che personale, con continui litigi con la madre Giovanna (Valeria Golino). Sempre più solo, sempre più lontano da Stella (Noa Zatta), Michele scopre di avere nella misteriosa Natasha (Galatea Bellugi) una sorella gemella parimenti dotata di superpoteri e sopratutto di essere in realtà il figlio biologico della misteriosa Yelena (Ksenia Rappoport). Il tutto, mentre rimane il mistero sulla sorte del padre Andreij (Ivan Franek) e si scopre che esistono altri mutanti, le cui origini sono avvolte nel dolore e nel mistero…Michele si troverà catapultato in un universo torbido, mutevole, dove sarà sballottato tra passato, futuro e la necessità di decidere chi vuole essere.

Partiamo subito da una premessa: con 8 milioni di euro, fare un film di fantascienza sui mutanti è problematico davvero, dal momento che ormai questo genere è abbinato ad una grandiosità della messinscena per la quale persino dieci volte questa cifra oggi apparirebbe quasi modesta. Il pubblico (e anche una parte della critica) ormai si aspettano grandi scene di distruzione, combattimenti pirotecnici e via discorrendo, e per farne uno senza tutto questo bisogna avere a disposizione idee, attori di qualità e sopratutto una sceneggiatura sfaccetta e ben costruita.

Il Ragazzo Invisibile – Seconda Generazione non ha nulla di tutto questo, e a conti fatti, a parte il rispetto per il coraggio di Salvatores, per la sua passione, la sua ambizione, c’è ben poco di positivo da trovare in un film confuso, noioso, prevedibile e a tratti involontariamente ridicolo. Si salvano solo la fotografia di Italo Petriccione e il talento dell’asso dei Visual Effects Victor Perez, mentre persino la colonna sonora appare abbastanza tronfia e già sentita.

Il cast, a parte la giovane Bellugi e Dante Cantarelli, è deludente, sottotono, al servizio di una sceneggiatura firmata da Alessandro Fabbri, Ludovica Rampoldi e  Stefano Sardo confusa, incoerente, che attinge a piene mani dai cliché di genere già visti e rivisti per decenni nei comics, film e serie Tv di oltreoceano. Se tutto questo si fosse sposato ad un'”italianità” del prodotto (come visto in Jeeg Robot), ad un prendersi meno sul serio, come fatto a suo tempo da Bud Spencer e Terence Hill o ad un qualcosa di innovativo e sagace (come nel cinema d’azione indonesiano e thailandese di questi ultimi anni), forse staremmo parlando di un film diverso. Invece questo secondo episodio piuttosto che migliorare e correggere i difetti del primo, li ha amplificati, come contagiato dall’ansia di volersela giocare con i grandi, invece di essere grande giocandosela da piccolo conscio dei suoi mezzi e possibilità.

 

Perché se c’è una cosa che il cinema ha sempre insegnato, è che prendersi troppo sul serio non aiuta mai, che non puoi certo elevare un cast modesto con dialoghi orrendi, location improbabili, attingendo non alla fantasia ma al deja vu, al già visto, a credere che la ruggine verniciata possa coprire i difetti di un film che sembra l’emulo di certe “perle” cinematografiche che nascono sovente a Bollywood, e per fortuna lì rimangono, per la gioia (si spera) del pubblico indiano. Il Ragazzo Invisibile – Seconda Generazione si regge quasi esclusivamente sulle spalle di un Ludovico Girardello ancora troppo acerbo per una responsabilità tale, e di una Rappoport che ci prova ma che più che cattiva, in molti momenti sembra più che altro una mamma soggetta a stress da X Factor.

Salvatores non è nuovo a coraggiosi esperimenti. Nirvana ne rappresenta sicuramente il più riuscito, il più ispirato, mentre questo secondo episodio di una saga che speriamo non prosegua (per il bene del regista ma anche il nostro), non può nemmeno aspirare alla nobilitazione derivante dall’appartenere alla tradizione del film di genere. Stiamo parlando di tutta quella lunga serie di b-movies che se non altro sapevano di essere tali, sfornati da Martino, Castellari, Margheriti, quindi ai vari Il Mondo di Yor, I Nuovi Barbari, 2019 Dopo la Caduta di New York….

Il Ragazzo Invisibile – Seconda Generazione, avrebbe forse dovuto fare tesoro dell’esempio di un film come Terrore nello Spazio di Mario Bava, che dovendo fare i conti con un budget ridotto, un cast raffazzonato e tempi ristretti, sfornò tuttavia un’opera innovativa, fantasiosa, ben diretta e che avrebbe ispirato pellicola di oltreoceano della portata di Alien, Ghosts of Mars, Io Sono Leggenda o Prometheus. Il fatto che poi sia il regista che le maestranze e la produzione, ne abbiano rivendicato una sorta di primato o di grandezza in rapporto alle produzioni straniere, o una trasversalità di fruizione, non fa che aumentare la costernazione visto il risultato finale.

La speranza è che in futuro chiunque voglia proporre un prodotto italiano più che a questo brutto esperimento, guardi di più a ciò che ha proposto per esempio quest’anno il Trieste + Fiction Film Festival, con film dallo scarso budget ma grande inventiva come Science Fiction Volume One: The Osiris Child, Beyond Skyline, Rememory Bushwick, b-movies solo di nome, non di fatto. Il Ragazzo Invisibile – Seconda Generazione, invece lo è da entrambi i punti di vista.

 

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