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Com’è triste Marghera in questa era post-industriale di piccole apocalissi economiche che, giorno dopo giorno, uccidono il sogno di rinascita del secondo dopoguerra. Andrea Segre, talentoso regista che ha consacrato la sua ricerca cinematografica al documentarismo etnografico, s’insinua con eleganza e padronanza del mezzo nella carcassa di una lontana utopia, quella che voleva fare della località a ridosso di Venezia uno dei principali poli dello sviluppo industriale del Paese, realizzando un docu-film che segue, con intonazione misuratamente lirica, la quotidianità degli uomini e delle donne, italiani e immigrati, che lavorano in quel che resta degli impianti petrolchimici, dei cantieri navali e dei punti di ristoro della frazione veneziana.

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Il regista Andrea Segre, nato a Dolo nel 1976

Il pianeta in mare: il documentario di Andrea Segre sulla caduta del mito industriale di Marghera

Proprio nel confronto con lo splendore infrangibile della prossima Venezia, eternamente fastosa nella sua eterna decadenza, Marghera ha costruito il suo mito di emancipazione proletaria: l’operosità contro l’immobilismo, le lotte per la promozione sociale contro il privilegio granitico, l’esposizione ai rischi del lavoro contro la bolla-schermo rappresentata dalla bellezza non soggetta a condizioni che insieme ammanta e soffoca la Serenissima. La grazia del film risiede, dunque, nella dinamica contrappuntistica, da una parte, con il glorioso fantasma veneziano, dall’altra con un passato che si riaffaccia nei racconti delle persone che a Marghera continuano a vivere e a lavorare: un gruppo di camionisti discute sul fatto che una volta si lavorava per fare i soldi, ora lo si fa per sopravvivere; una volta i colleghi diventavano una famiglia, ora restano pressoché estranei. Assaporato il mondo (nelle loro conversazioni fa capolino persino la Turchia di Erdogan e una Serbia i cui trascorsi bellicosi risultano incomprensibili), l’Italia sembra, dalla distanza, ben poca cosa.

Il regista segue la quotidianità dei lavoratori di Marghera, tra mestizia e nostalgia

È proprio questa intuizione fondante, insieme alla qualità estetica e alla sensibilità visiva mostrate dal regista, che conferisce valore concettuale all’opera: l’idea di rendere Marghera un microcosmo che rifrange il macrocosmo, un minimo perimetro che assume su di sé le stigmate di un destino più vasto, quello che riguarda un intero paese, il nostro, che agonizza di passassimo e desolazione. La lugubre cantilena lagunare si estende così ai più larghi confini di una nazione che ha aperto le porte al mondo, ma non ha da offrire se non un banchetto rabberciato. Opera civile nel germe creativo, ma universale nella realizzazione tecnica, Il pianeta in mare consegna una testimonianza che sommessamente sollecita una riflessione: dove inserire questi lacerti di archeologia industriale nella storiografia italiana e come leggerli alla luce di un presente che non sembra più considerare nel suo discorso politico la classe operaia e che, per questo, dovrebbe avvertire l’urgenza di superare le categorie sociali del Novecento o assegnar loro un nuovo significato.

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‘il pianeta in mare’ è un documentario scritto e diretto da Andrea Segre presentato al Festival del Cinema di Venezia

Un film sospeso fra indagine etnografica e lirismo

Il ricorso a brani d’archivio (pochi, ben calibrati inserti) è, così, funzionale a produrre una dissonanza tra un’iconografia da cartolina e una consapevolezza brutale, la fine di un’epoca che può rivivere, appunto, solo cristallizzata e promossa al ruolo di fonte di informazioni su ciò che vi era ieri. Andrea Segre accarezza con la sua camera un’umanità a cui partecipa con gentilezza e simpatia, composita nella mescolanza fra nuove forze migratorie e vecchie leve autoctone, restituendo al pubblico la vitalità di lingue che si abbarbicano e si contaminano, e nel fare tutto ciò manifesta insieme la solidità e la pastosità del suo sguardo, la lucidità asciutta del documentarista antropologico e il trasporto malinconico del poeta elegiaco.

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