Il paradiso degli orchi: recensione

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Il paradiso degli orchi è il film che ha dato il benvenuto ad una importantissima penna contemporanea nel mondo del cinema. Stiamo parlando di Daniel Pennac, autore di diversi libri che hanno conquistato il mondo e più di una generazione. Au bonheur des ogres è il titolo originale del libro dal quale è tratto il film. Si tratta del primo volume del ciclo di Malaussène scritto da Pennac circa 30 anni fa. Questo titolo prende spunto da Au bonheur des dames di Emile Zola.
Il paradiso degli orchi dal libro al film è tutto merito di un giovane regista francese che ha saputo catturare l’attenzione di Pennac al punto di fargli accettare una trasposizione del suo romanzo. La regia è firmata da Nicolas Bary e il film è stato presentato in anteprima in Italia nel 2013 al Festival Internazionale del Film di Roma nella sezione Fuori Concorso.

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Il protagonista del film e del romanzo è Benjamin Malaussène, un ragazzo che bada ai suoi fratelli minori.
Malaussène è l’antiaereo per eccellenza. Lavora in un centro commerciale come capro espiatorio e quando qualche cliente insoddisfatto vuole far causa al proprietario lui se ne assume la responsabilità. Si prende gli insulti fino ad intenerirlo e convincerlo a non sporgere denuncia. Nel grande magazzino, però, si susseguono inspiegabili esplosioni che provocano vittime e Malaussène, che si trova sempre vicino al luogo del delitto, finisce con l’essere il maggiore sospettato di questi eventi. La polizia indaga e sempre più si convince della sua colpevolezza. Unica persona a prendere le sue difese è una giornalista della quale Malaussène subito si innamora. Tra i due nasce, infatti, una divertente complicità che gli permette di provare la sua innocenza.

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Malaussène proviene da una famiglia numerosa. La madre è sempre in giro per il mondo con l’amante del momento e lui si prende cura dei fratelli e delle sorelle. Rispetto al romanzo questo è un personaggio molto comico. Vive nel mondo della fantasia. Il regista ha scelto di fare largo uso dell’umorismo e di colori vivaci, quasi onirici, che fanno pensare ad un fumetto. I corridoi dei grandi magazzini, infatti, si animano così di giraffe, avventure e momenti indimenticabili che rendono ancora più surreali le giornate del protagonista e degli altri personaggi. La differenza tra il libro di Pennac e il film di Bary è proprio questa: il primo è tanto cupo, il secondo è tanto ironico. Il regista ha privilegiato il rapporto familiare con i fratelli, mentre lo scrittore aveva fatto una sorta di elogio alla famiglia allargata e sgretolata.

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