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La terra trema a Norcia e i suoi abitanti, come le lumache, hanno sviluppato un epifragma, membrana che protegge dalle asperità fisiche e morali. I loro corpi sono al sicuro, sigillati dalla conchiglia, ma alcune minuscole fessure che s’aprono nella materia calcarea permettono loro, comunque, di respirare. La metafora della lumaca, epigona di quell’ideale dell’ostrica di verghiana, scolastica memoria, permea Il lento inverno, lungometraggio di Andrea Sbarretti, a livello narrativo – i protagonisti sono membri di una famiglia di allevatori di lumache – e a livello per così dire ideologico, di poetica: l’interesse del regista ternano è, in tutta evidenza, rivolto agli ultimi, agli offesi, a coloro che, come i molluschi, hanno bisogno di ergere una corazza contro i colpi inferti da una natura infidamente benevola, che li accoglie per poi tradirli quando si mostrano più esposti e vulnerabili.

Il lento inverno è una storia d’amore e speranza, ambientata nella profonda provincia umbra colpita dal terremoto

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Il cinema che Sbarretti vorrebbe esprimere è un’esplorazione, condotta con una sensibilità paesaggistica senz’altro promettente, della provincia e delle sue macerie, sia quelle prodotte da una terribile calamità naturale quale il terremoto, sia quelle invisibili dovute a un attaccamento al territorio che è insieme volontà di resistenza e castrante immobilismo. Non c’è nulla di più affascinante che fare di un’osservazione nanoscopica un mezzo per rappresentare l’universalità della condizione umana quando questa è ridotta alla molecola, al minimo spazio geografico e sociale. Eppure Il lento inverno non riesce mai ad andare al di là dei suoi lodevoli intenti, dell’ispirazione che lo muove, e ciò soprattutto a causa di limiti tecnici che riguardano, non esclusivamente ma in modo più vistoso, soprattutto il reparto attoriale, che appare spesso improvvisato e non sempre impeccabilmente diretto.

I lento inverno: film di ispirazione affascinante che presenta, tuttavia, molti limiti di realizzazione

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La voice over insistentemente adottata rivela, inoltre, quell’abbandono alla verbosità che è proprio dei film che, non sapendo raccontare per immagini, declamano: le considerazioni vagamente profonde nella loro orecchiata, quasi caricaturale liricità, che puntellano l’esile vicenda mostrata – un amore che nasce e restituisce speranza – risultano perlopiù sconnesse, prive di un’autentica ragion d’essere. Il ricorso, in occasioni puntuali, al latino non impreziosisce né nobilita la narrazione non tanto perché pretenzioso, quanto a causa di una dizione mai opportunamente sorvegliata. L’impressione che accompagna lo spettatore per tutto il tempo del film è, così, quella di trovarsi di fronte a un tentativo cinematografico goffo che non ha né il coraggio di avventurarsi nelle sperimentazioni dei linguaggi né quello di allinearsi ai codici più fruibili da un pubblico generalista, arrancando visibilmente nello sforzo di sollevarsi al di sopra della propria amatorialità.

PANORAMICA RECENSIONE
Regia
Sceneggiatura 
Fotografia
Recitazione 
Sonoro
Emozione