Biografilm 2022 – Il gioco di Silvia: recensione

Il documentario di Lo Muzio e Trovati che racconta il mondo delle escort senza pregiudizi e cliché

Il gioco di Silvia (Silvia’s Game) di Valerio Lo Muzio ed Emiliano Trovati, presentato come evento speciale al Biografilm Festival 2022, è un documentario che vuole raccontare il mondo delle sex workers, in particolare quello delle escort, al di là dei classici pregiudizi e stereotipi. Per fare ciò i due registi si concentrano sull’esperienza di Silvia, in arte Jessica: una giovane donna bolognese di buona famiglia, ex ballerina, che ha deciso di entrare nel business del sex working come escort. La scelta di Silvia non è stata determinata né da difficoltà economiche, né da costrizioni di sorta. Semplicemente la donna si è resa conto che questo lavoro le avrebbe garantito un guadagno tale, da permetterle uno stile di vita adeguato ai suoi elevati standard.

Il gioco di Silvia: un racconto senza filtri della vita di una escort

il gioco di silvia cinematographe.it

Sebbene i due autori provengano dal giornalismo, il documentario non ha un taglio da inchiesta, ma piuttosto uno narrativo/biografico. La storia della protagonista è raccontata attraverso il suo punto di vista. Non si indulge mai sugli aspetti più pruriginosi della questione, semmai si cerca di far emergere la normalità di quella che è, a tutti gli effetti, la vita di una libera professionista, la quale ha deciso di investire sul proprio corpo e sulla propria immagine. Non è casuale dunque il reiterarsi di situazioni in cui vediamo Silvia alle prese con selfie, fotografi professionisti, profili digitali e persino con la chirurgia plastica. La messa in scena di sé stessi e del proprio corpo dà il via a un processo di smaterializzazione della soggettività, assimilabile a quello in atto nella professione di attori e webstar. Quando si accende il dispositivo di ripresa, Silvia non è più Silvia, ma diventa Jessica. Non un corpo reale, mosso da desideri e pulsioni, ma un insieme di frammenti digitali di parti anatomiche ben precise, che si ricostituiscono in un’icona, atta a suscitare desiderio e pulsioni sessuali negli altri. Si tratta dello stesso meccanismo che sottostà al culto dei divi hollywoodiani. In questo caso, però, è possibile, per l’acquirente, comprare anche l’esperienza di usufruire materialmente, fuori dal mondo virtuale, dell’oggetto del proprio desiderio. In una simile prospettiva vanno lette le inquadrature che si fissano sugli occhi, sulle gambe e sui piedi della donna. Muzio ed Emiliano riflettono attraverso il mezzo filmico sul processo economico che vende non solo un corpo, ma soprattutto la sua spettacolarizzazione e quella delle sue potenzialità di catalizzatore del desiderio sessuale. Silvia appare così come la proprietaria di un’azienda denominata Jessica!

L’unicità del punto di vista di Silvia si rivela essere un’arma a doppio taglio

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D’altronde, nonostante le dichiarazioni degli autori, secondo le quali il loro discorso filmico potrebbe essere letto anche come una critica ai processi messi in atto dal capitalismo, che rendono possibile questo tramutarsi di un corpo umano in un’azienda, bisogna riconoscere che, da tale punto di vista, il loro dispositivo documentaristico presenta delle problematicità. La narrazione volutamente leggera, che esclude dal quadro del sex working l’ancora grave problema della prostituzione forzata (da povertà o da altre costrizioni) e soprattutto l’adozione del solo punto di vista di Silvia, fa sì che le criticità ideologiche derivanti dalla professione intrapresa dalla protagonista vengano tralasciate. Se, effettivamente, si dà per assodato che quello della escort sia un mestiere come tutti gli altri, una sua analisi che voglia aprire a qualche spunto di riflessione sociale, non può prescindere dal contesto socio-ideologico entro cui tale mestiere viene svolto. Esattamente come per altri mestieri, dove sono in ballo la spettacolarizzazione del corpo e la sua compravendita con fini diversi da quello sessuale (vedi il cinema), ci sarebbe da capire quali siano i modelli di riferimento estetici e dunque etici che, chi mette in atto tali processi propone ed eventualmente quali siano i legami con la cultura dominante e l’economia su cui essa si basa. Il documentario lascia trasparire solamente qualche debole accenno a tali tematiche, principalmente quelle legate all’auspicata regolamentazione della professione da parte dello Stato, ma nulla più.

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In definitiva Il gioco di Silvia è uno spaccato sul mondo delle escort e una riflessione sulla spettacolarizzazione del corpo, che trova la sua forza nella prorompente personalità della sua protagonista. Però purtroppo non riesce – forse anche perché non è troppo interessato a farlo – ad andare oltre, sul piano della rappresentazione delle complessità di una simile realtà.

Regia - 3
Sceneggiatura - 2.5
Fotografia - 2.5
Sonoro - 3.5
Emozione - 2

2.7