Biografilm 2022 – Storia di nessuno: recensione del film

Il documentario di Costantino Margiotta, che indaga sulla morte del cooperante internazionale Giovanni Lo Porto

Il Biografilm Festival 2022 ha ospitato l’anteprima internazionale del documentario Storia di nessuno (Nobody’s Tale), di Costantino Margiotta.
Il film racconta la vicenda di Giovanni Lo Porto, cooperante italiano rapito in Pakistan nel 2013 e ucciso durante un bombardamento, attuato da droni americani, su decisione di Obama, nel 2015. Lo Porto veniva dal quartiere Brancaccio di Palermo e nonostante le difficoltà di una vita al limite, fra povertà e delinquenza, era riuscito ad affrancarsi dalle proprie origini. Lavorando come piastrellista, si pagò viaggi e studi a Londra. Spinto dalla necessità etica di aiutare il prossimo divenne cooperante per diverse ONG internazionali. Amò alla follia il Pakistan e proprio durante l’ultima missione umanitaria in quel paese, per una ONG tedesca, venne rapito da una organizzazione terrorista di matrice islamista.

La vicenda di Lo Porto però è significativa oltre che per il suo lato umano anche per i suoi riscontri politici. Infatti durante la sua prigionia, stampa e politica italiane hanno tenuto un imbarazzante silenzio attorno a questa tragedia.

La tragedia i Giovanni Lo Porto arriva sul grande schermo in Storia di Nessuno (Nobody’s Tale)

Margiotta, direttore creativo di lungo corso, alla sua prima esperienza come documentarista, decide di partire proprio da questi silenzi per indagare le inadeguatezze del sistema politico italiano e la sudditanza che questo mostra da sempre nei confronti degli Stati Uniti. Dunque Storia di nessuno, per due motivi. Il primo perché Giovanni, dal momento del suo rapimento, è stato ridotto, dal silenzio istituzionale e mediatico a un’entità fantasmatica, un’ombra oscura sulla brillante alleanza atlantica, un non-individuo, un nessuno appunto; il secondo perché nessun rappresentante delle istituzioni ha accettato di essere intervistato, con l’eccezione dell’allora ministro per gli affari esteri, Emma Bonino. Il regista stesso, presente in sala, ha raccontato come tutti i protagonisti del tempo, da Gentiloni a Renzi, si siano negati alle sue ripetute richieste di rilasciare un commento che andasse oltre le vuote formule istituzionali, mentre personalità di spicco del mondo accademico anglosassone e analisti della geopolitica internazionale fossero stati più facili da contattare e più disponibili a discutere della vicenda. Questo silenzio del mondo politico italiano sembra confermare la teoria per cui le trattative per la liberazione del cooperante deragliarono proprio nel momento in cui il governo italiano se ne fece carico, sostituendosi alla ONG tedesca per cui Lo Porto lavorava.

I pupi di Costantino Margiotta a servizio della verità in Storia di nessuno

storia di nessuno cinematographe.it

Da quel momento su tutta la vicenda cala una nebbia fitta e impenetrabile. Non si riescono ad avere né informazioni né dichiarazioni ufficiali. Margiotta per ricostruire allora determinati eventi, privo di testimonianze video o interviste, usa un artificio creativo: mette in scena alcune parti della storia attraverso l’uso di pupazzi. Non si tratta però di utilizzare la tecnica di animazione a passo uno ma di muovere manualmente dei manichini in scala, su cui vengono ricostruite le sembianze dei protagonisti. Il regista, originario di Palermo, in queste sequenze si ispira, piuttosto che alla tradizione filmica di Ray Harryhausen, a quella tutta siciliana del teatro dei pupi, adattato alla contemporaneità. Ma si badi bene, non si tratta di una mera velleità intellettuale. Secondo quanto dichiarato dall’autore, infatti, questo espediente è risultato essere il più adatto a restituire l’idea della politica internazionale, intesa come un mondo di burattini mossi da fili invisibili. Ovvero tramite una concezione ludico/artigianale della messa in scena filmica, Margiotta crea un’ottima metafora per quella disumanizzazione dei processi decisionali che ha portato alla morte di Lo Porto. Interessante, a riguardo, è il lavoro fatto sulla figura di Obama, che assume i tratti del villain. Il regista sottolinea come sotto la maschera pubblica del primo presidente afroamericano degli USA, premio Nobel per la pace, si nascondesse il solito imperialismo guerrafondaio, pronto a creare innumerevoli “collateral damage” pur di eliminare i presunti nemici del potere americano.
Dal punto di vista tecnico, infine, si può sostenere che il film sia più vicino all’inchiesta televisiva che al documentario vero e proprio. Il taglio delle interviste presenta una costruzione classica e l’illuminazione ha il solo scopo di mostrare il più nitidamente possibile ciò che è ripreso. Il montaggio è ritmato e alterna momenti più cupi ad aneddoti più divertenti della vita di Giovanni. La voce affranta e arrabbiata di Giusy, madre della vittima, che non compare mai nella sua corporeità, funge da trait d’union fra le vicende politiche e private e veicola i sentimenti su cui è costruita l’inchiesta: la rabbia e la desolazione per una tragedia, avvolta volutamente nel mistero da uno Stato che invece di proteggere i propri cittadini, li sacrifica agli interessi bellici di un alleato ingombrante, esattamente come sta accadendo adesso per il conflitto ucraino.

Regia - 3
Sceneggiatura - 3
Fotografia - 2.5
Sonoro - 3
Emozione - 3

2.9

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