Il Capofamiglia: recensione del film d’esordio di Omar El Zohairy

Recensione dell'opera prima di Omar El Zohairy, Il Capofamiglia, premiato come miglior film alla Settimana internazionale della Critica 2021

Un racconto surreale, una parabola tragicomica che denuncia il sistema patriarcale, un inno all’emancipazione femminile inserito all’interno di un contesto sporco, fatiscente. Arriva finalmente nelle sale italiane Il Capofamiglia, opera prima di Omar El Zohairy, da lui scritta a quattro mani assieme allo sceneggiatore Ahmed Amer (Balash Tebusni), che nel 2021 si fece notare prima al Festival di Cannes, dove fu presentato e si aggiudicò il premio come Miglior Film, all’interno della sezione parallela della Settimana internazionale della Critica e, successivamente, al Torino Film Festival, durante il quale ottenne il Gran premio della giuria. Distribuito da Wanted Cinema, il film è prodotto da Still Moving e vede la partecipazione di Demyana Nassar, Samy Bassouny, Mohamed Abd El Hady, Fady Mina Fawzy e Abo Sefen Nabil Wesa.

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Trama de Il Capofamiglia: il patriarca che diventa pollo

Il Capofamiglia cinematographe.it

Decadenza e povertà giostrano un contesto all’interno del quale la tediosa esistenza di una famiglia, costruitasi su di un sistema che assoggetta la donna e la fa succube dell’autoritarismo patriarcale, viene sconvolta dalla kafkiana e allegorica trasformazione del pater familias in un pollo, durante la festa di compleanno di uno dei figli della coppia. Ad indossare le vesti del capofamiglia è ora la madre (Demyana Nassar), fino a quel momento spettatrice passiva e distante della propria esistenza, e improvvisamente trovatasi a dover sopperire ai bisogni dei 3 figli e alle persistenti pressioni economiche. Il suo continuo tentativo di riportare il marito alla natura umana, di conseguenza, è figlio del bisogno, figlio di un’autodeterminazione mancante e di una vita votata totalmente al servilismo, una vita che non le è mai stato permesso di vivere.

Un tragicomico percorso di emancipazione

Omar El Zohairy cinematographe.it

È il fantasioso espediente trovato in sceneggiatura da El Zohairy e Amer a fare da chiave di volta, da turning point all’interno del quale agisce un contrappasso smaccato, che tramuta la bestialità e la stupidità dell’uomo in animale e lo assoggetta al volere e alle decisioni della nuova matriarca. Lei, ossequente nel suo fare tanto quanto nel suo sguardo dimesso ed educato all’obbedienza, si trova ora a doversi inventare, a dover salvaguardare una realtà che mai gli è stato permesso di dominare; lungo strade sporche e diroccate, ai margini della civiltà, muove passi sempre più ampi e decisi e intraprende un percorso di emancipazione in bilico su un sottilissimo filo e di cui ravvediamo ogni fase.

Il Capofamiglia: statica geometricità

Il Capofamiglia cinematographe.it

L’esordio alla regia di Omar El Zohairy merita il plauso riconosciutole dalla critica; seppur vi siano alcuni accorgimenti da fare, a partire da un impianto interpretativo che non regge adeguatamente il peso tematico del racconto, lo stile dell’autore emerge ambizioso, distinguibile. La statica e continua ripresa dell’interno della casa sembra studiata geometricamente, con un tocco che teatralizza e uno sguardo che sottrae, che diviene essenziale e vive del poco di cui vivono i suoi protagonisti. Al contempo, l’ambiguità del ritmo narrativo accompagna questa sottrazione, si fa silente come silente è il mondo il che la pellicola va a denunciare. Un’opera nuova e coraggiosa, che ambisce e, probabilmente, poteva permettersi di ambire ancor di più, che urla all’emancipazione femminile ma lo fa a bassa voce, avvolta dal sudiciume di un mondo ancora troppo diseguale.

Regia - 4
Sceneggiatura - 3.5
Fotografia - 3.5
Recitazione - 2.5
Sonoro - 3
Emozione - 3

3.3