Il capitale umano, locandina

Con Il capitale umano siamo di fronte uno di quegli esempi di cinema italiano di cui possiamo andare fieri all over the world, o almeno così è stato presentato e sembra essere, ad uno sguardo superficiale. Siamo realisti, siamo di fronte a tanto potenziale sporcato da alcune piccole sviste formali. Ecco forse svelato il motivo per cui il nostro cavallo di battaglia oltreoceano è stato scartato dalle nomination agli Oscar, a due mesi esatti dalla prima sera di gala. Il capitale umano è l’ultima fatica di Paolo Virzì, liberamente tratto dall’omonimo romanzo di Stephen Amidon The human capital, tanto coraggioso e sprezzante da colpire la commissione dell’Anica che lo ha proposto per la sezione Miglior film straniero.

Il capitale umano, festa finale
Carla e Giovanni festeggiano al loro successo

Ambientato nella fredda Brianza, Il capitale umano ci presenta uno spaccato della società altolocata italiana, fredda nel perpetrare quella continua fiera della vanità, atta a coprire la profonda povertà umana di questa potente classe sociale. Il film segue un proporzione definita, tanto è più ricco l’uomo, tanto più è povero dentro, e di conseguenza l’immagine che deve passare è di una grandezza spropositata. La vita per questi esemplari di sciacalli finanziari è costellata di apparenze, vittorie e competizioni, e questo format di vita viene passato di padre in figlio, con il conseguente e immancabile odio dei figli per i padri. Non parliamo di interpretazione, è lampante quanto la ricchezza materiale impoverisca i personaggi di questo film; l’equazione ricchezza = povertà umana scarta solamente i personaggi poveri dalla nascita – sebbene diventati ricchi per osmosi, vedi Carla (Valeria Bruni Tedeschi) – o afflitti da esperienze giovanili come la separazione dei genitori, vedi Serena (Matilde Gioli). Sono le donne le foriere di etica, le finestre limpide attraverso cui scrutiamo questo freddo mondo brianzolo: abbiamo Carla, moglie del tycoon per eccellenza Giovanni Bernaschi (Fabrizio Gifuni), ex attrice dilettante la cui innocenza e parvenza di stupidità nient’altro ne significa che il profondo spaesamento; Serena, la figlia di Dino (un Fabrizio Bentivoglio davanti cui prostrarsi), è quasi implicitamente il perno di tutta la storia, è lei che fa la spola tra il suo mondo e quello di Luca (Giovanni Anzaldo) un ragazzo a dir poco problematico.

Il capitale umano, Serena
Serena (Matilde Gioli)

I personaggi – tranne Serena, da brava svizzera – sono tutti fortemente caratterizzati, quasi all’estremo si direbbe, ma sempre nelle corde di un mondo che ci è volutamente presentato con toni molto forti. I personaggi grattano il cuore dello spettatore, lo schiaffeggiano in continuazione con razzismi, cinismi e una serie di -ismi della peggior specie, centrando il nocciolo della questione: siamo circondati di persone di questa razza, che si nascondono bene, che dietro atti di beneficenza plateali coprono una disumanità da ribrezzo, ma che nonostante tutto, sebbene scommettano sulla rovina di un paese per il proprio tornaconto, rimangono in piedi, sopravvivono. Il film ha tutte le carte drammatiche in regola, ma pecca per un finale fortemente depotenziato, ma soprattutto per aver sottovalutato l’importanza del montaggio che, in un film diviso in capitoli come punti di vista incrociati di una stessa vicenda, viene da sé che debba essere la ciliegina sulla torta. Non stiamo parlando di 109 minuti sprecati, non sarà certo l’Academy Awards a definire un film degno o no di nota – soprattutto dopo la discutibile scelta di scartare anche Mommy – ma siamo di fronte all’italian way, ossia: italians (could) do it better, ma si limitano all’atto incompiuto. Lo conferma la scelta di far interpretare il ruolo del Bernaschi junior, il germoglio infetto della futura generazione di sciacalli, ad un attore sotto le righe, Guglielmo Pinelli, passabile per figlio di papà solo con un fermo immagine, a petto nudo come in quasi tutto il film. Sono piccole imprecisioni, forse riconoscibili solo da un occhio pignolo come quello di un cinefilo esigente, ma fanno la differenza, e rispondono alla domanda che magari molti spettatori si pongono a fine film, ma a cui non riescono a trovare risposta: C’è qualcosa che non va, ma non so cos’è. Un esercizio di stile di tutto rispetto per un Virzì che ci sorprende sempre, ma che continua a lasciarci con una nota di amaro in bocca.

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