Il caftano blu: recensione del film di Maryam Touzani

Tabù sessuali magrebini, ‘queer family’ unite dalla morte, emancipazione dal seno della madre, (in)conciliabilità di desiderio e godimento: Maryam Touzani confeziona un film sì serico in superficie, suggestivo come il suo caftano blu, ma anche statico nelle sue pieghe, debole d’imbastitura e confuso nelle intenzioni.

Dramma simbolista più che civile, Il caftano blu, premiato a Cannes l’anno scorso, rappresenterà il Marocco agli Oscar. Ma non lasciatevi ingannare dall’investitura da parte della critica internazionale (e nostrana): il film è un’opera drammaturgicamente scarica e fuori fuoco, nella quale scrittura e fotografia contrastano per la povertà della prima e la ricercatezza turgida, ma in fin dei conti gratuita, della seconda. 

Il caftano blu: il maestro ricama per allontanare la morte e sospendere la vita a data da destinarsi 

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Halim è maestro nell’arte della sartoria: per ricamare i caftani da cerimonia in cui è specializzata la sua bottega, si prende tutto il tempo necessario. Così come da artigiano resiste al cambiamento – rifiuta di farsi aiutare dalle macchine; i suoi gesti sono controllati e controllanti, maniacalmente minuziosi e, per questo, sospesi e procrastinativi–, nel privato resiste ad ammettere a sé stesso la propria pulsione omosessuale, consumata nelle cabine singole di un hammam, unico teatro del suo segreto. Anche sua moglie Mina, una donna altrimenti caustica e lucida, sa, ma non vuole dirselo. In un matrimonio lungo venticinque anni, ha guardato il marito senza vederlo o forse si è accontentata di averlo accanto, senza essere lei, per prima, vista. Soltanto quando a bottega viene assunto come apprendista il giovane Youssef e una malattia in fase terminale la tradisce nella mente e nel corpo, costringendola al confronto con l’essenziale, accoglie l’ultima, più difficile prova: liberare il marito-figlio dalla dipendenza dal suo seno, incoraggiarlo al tradimento più radicale nei suoi confronti, a smarcarsi dalla gratitudine per averlo accolto e guidato, per aver dato un grembo alla sua solitudine di orfano nella speranza di alleviare la sua propria. 

Benché la protagonista de Il caftano blu, lungometraggio diretto dalla tangerina Maryam Touzani, sembri essere lei, Mina, in verità, il centro della storia è il processo emancipatorio che coinvolge lui, il marito Halim: nel corso del racconto filmico, si consuma una graduale decontrattura, il ricongiungimento di godimento e desiderio, prima erratici e inconciliabili nella divisione tra spinta a consumare sessualmente un oggetto non amato e idealizzazione dell’amore che esclude l’uso sessuale, nel mantenimento del corpo amato a distanza di sicurezza. 

Il caftano blu: valutazione e conclusione

Il caftano blu non indaga le chiusure della società marocchina, le sue difficoltà ad accogliere modi difformi di esprimere la propria sessualità, non è neanche del tutto un film sui tabù, sull’indicibile che pure, nel silenzio, viene detto da uno sguardo, da un sospiro, da dita che si cercano o tamburellano nel vuoto; Il caftano blu – la cui stessa iconografia simboleggia la difesa ossessiva contro l’inconscio, e quindi contro la vita nella sua radicale estraneità e incontrollabilità: la compulsione del ricamo è una disciplina di ripetitiva, ossessiva schermatura del reale – non è neanche del tutto, fino in fondo, un film sulla repressione autoimposta (più che eteroimposta), ma è un film sul lasciare andare la moglie-madre, sul deporre la soddisfazione di un conforto immediato per accogliere l’incertezza di un’avventura amorosa in cui si richiede alla spinta sessuale e alle trame affettive di procedere insieme, per la prima volta sovrapposte. È un film sull’abbandono della pratica masturbatoria – il ricamo – a favore dell’incontro con l’altro, con il sacrificio e la disponibilità a perdere – sicurezza, narcisismo, consolazioni contro il reale della morte – che tale incontro comporta. 

Tuttavia, nonostante la volontà di aprire un varco simbolico, la regista non sembra in pieno controllo delle proprie intenzioni così come lo è dei propri mezzi estetici – la fotografia è sbalorditiva: vellutata e quasi metafisica, ma ugualmente plastica, pittoricamente tornita – e la drammaturgia che ricorre alle parole e alle azioni per scrivere la storia – il film si muove poco, procede per teorie di tabliaux in successione; i dialoghi mancano di sottigliezza, a tratti si fanno didascalici, a dispetto di un’allusività apparente che, di fatto, è però più banale reticenza – appare molto più debole rispetto alla magnificenza delle immagini e dei loro minuti dettagli. Immagini che sì incantano e avvolgono, ma anche miniaturizzano la forza della rappresentazione, la condannano a una virtuosistica, rigida sterilità: frigidi non sono i cuori in inverno dei protagonisti, la loro incapacità di amare l’altro eroticamente (Halim gode feticisticamente e frettolosamente di corpi che non riesce ad amare; Mina della dipendenza in cui mantiene, quasi fino alla fine, il marito-bambino, di un amore paradossalmente insieme accuditivo e astratto), ma frigida è l’autenticità artistica che il film riesce a raggiungere. La regista, come il suo personaggio, si è tenuta al riparo dall’assunzione di responsabilità radicali schermandosi dietro la maestria artigianale di un dilatato, incantevole ricamo che rinuncia in partenza alla catarsi. 

Il caftano blu è al cinema dal 21 settembre 2023, distribuito da Movies Inspired in collaborazione con BIM.

Regia - 2
Sceneggiatura - 2
Fotografia - 4
Recitazione - 3
Sonoro - 3.5
Emozione - 2

2.8