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Tra i meriti principali del Trieste Film Festival non c’è solo quello di metterci a conoscenza di universi filmici spesso sconosciuti e sottostimati, ma anche di darci la possibilità di indagare pezzi di storia europea – soprattutto contemporanea – poco battuti a livello sociale. I Never Cry di Piotr Domalewski, ad esempio, ci offre una doppia importante lettura, permettendo a chi guarda sia di restare in superficie sia di andare maggiormente in profondità, superando il particolare verso l’universale.
La storia è quella dell’adolescente Ola (esordio davanti alla macchina da presa folgorante per Zofia Stafiej), che nella normale routine della sua quotidianità viene sconvolta da una notizia: suo padre, operaio in un cantiere irlandese, è morto a causa di un incidente sul lavoro. Con una madre impegnata nella gestione dell’altro figlio disabile, sarà proprio Ola a dover recuperare il corpo del genitore, destreggiandosi in un contesto per lei totalmente nuovo, irto di difficoltà (le maglie della burocrazia) e trabocchetti.

I Never Cry: sotto il segno di Ken Loach e dei fratelli Dardenne

I Never Cry - Cinematographe.itCon tono grintoso e realistico, I Never Cry – come dicevamo – affronta un macrotema spesso ignorato, quello dei cosiddetti “euro-orfani”. Ai temi della perdita, dell’allontanamento, della connessione e della responsabilità si affianca così l’analisi (sempre suggerita, mai banalmente esplicitata) dell’emigrazione di massa iniziata quando la Polonia è entrata a far parte dell’Unione Europea. Ola rientra nel novero dei ragazzi i cui genitori hanno lasciato nazioni economicamente in difficoltà per lavorare nelle potenze occidentali di Gran Bretagna, Irlanda, Francia, Germania.

Oscillando costantemente tra comprensione della tragedia e leggerezza adolescenziale (il ragazzo che la corteggia, il rapporto con le amiche), tra bisogno di sfogarsi e divertirsi, la ragazza dovrà per la prima volta raccogliere i pezzi di una verità che non immaginava, una “seconda vita” di cui il padre ha avuto bisogno per sopravvivere e non soccombere alle brutture del quotidiano. Dai confini di un piccolo appartamento polacco e dalle strade deserte al di fuori di esso a un infernale cantiere edile e uno squallido ufficio di collocamento in Irlanda, in uno scenario degno di Ken Loach e dei fratelli Dardenne.

“Ha fatto del suo meglio, ha fatto quello che poteva”

I Never Cry - Cinematographe.itNelle storie di lutto, ormai è un cliché che i personaggi passino il corso della narrazione a lenire la loro perdita cercando di capire chi fosse “veramente” il defunto. Per questo è interessante constatare come I Never Cry segua un percorso del tutto non omologato, personalizzato e in un certo senso disilluso. Dall’uomo dell’agenzia di collocamento al capo di suo padre, fino ai compagni di stanza, Ola non ottiene quasi nulla di significativo su suo padre. Il suo romanzo di formazione – articolato con dolcezza e cupo umorismo – si schianta sull’impossibilità di una redenzione convenzionale.

Coerentemente con la costruzione del suo carattere, la protagonista dovrà fare tutto da sola, anche e soprattutto di fronte all’incapacità della madre di affrontare la realtà effettiva delle cose. Una realtà meschina e brutale, da affrontare con la divertente disperazione di cui la ragazza è capace: in fondo quel misterioso “uomo del desiderio” ha fatto del suo meglio, dando fondo a tutte le sue capacità per resistere ad una situazione sfavorevole. L’unica via di fuga è accettarlo, dunque, per quello che era. Non c’è catarsi, non c’è riabilitazione; c’è solo, nel mondo degli adulti in cui Ola si ritrova repentinamente catapultata, la “giusta distanza” della comprensione umana e civile.