I figli degli uomini: recensione del film di Alfonso Cuarón

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I figli degli uomini (Children of Men) è un film del 2006 per la regia di Alfonso Cuarón (Gravity) tratto dall’omonimo romanzo di P.D. James e vincitore, oltre che di due Bafta per la miglior fotografia (Emmanuel Lubezki) e per la miglior scenografia, del Premio Osella per il miglior contributo tecnico a Venezia 2006.

Un film che si fa notare innanzitutto per i numerosi virtuosismi stilistici presenti al suo interno, a cominciare da alcuni piani sequenza da Scuola di Cinema, in cui il regista riesce a rendere partecipe lo spettatore di scene ad altissima tensione e cruciali nell’economia della trama.

I figli degli uomini: un mondo apocalittico la cui unica speranza risiede nella vita in potenza

i figli degli uomini

I figli degli uomini  presenta un universo distopico in cui è rimasto ben poco per cui lottare: siamo nel 2027 ed il Regno Unito – come si presume il mondo intero – è afflitto da una guerra in cui i confini fra vittime e carnefici sono sempre più indefiniti ed in cui si lotta per sopravvivere attraverso atti terroristici e immigrazione clandestina verso zone in cui la distruzione totale non è ancora arrivata, triste enfatizzazione della situazione mondiale reale dei giorni nostri.

In una situazione del genere, l’umanità – come afflitta da un castigo divino – è divenuta completamente infertile: l’ultimo bambino, Baby Diego,  è nato ormai 18 anni prima e, in seguito al suo assassinio, la popolazione piange disperata la morte di quello che ormai era divenuto il simbolo mediatico per eccellenza dell’unica speranza in un futuro in cui ormai si stenta a credere.

i figli degli uomini

Protagonista di tale scenario apocalittico è anche Theo (Clive Owen), ex attivista politico ormai rassegnato all’imminente fine del genere umano, impegnato a vivere con la maggior indifferenza possibile i suoi ultimi giorni ciondolando per le strade di una Londra sempre più devastata dalla guerra e godendosi le visite occasionali all’amico Jasper (Michael Caine), un ex-vignettista politico ritiratosi in un bosco, lontano dai tumulti cittadini, per coltivare cannabis e accudire la moglie, ex giornalista d’assalto divenuta catatonica in seguito all’orrore vissuto in prima linea e alle torture subite.

I figli degli uomini: la (ri)nascita come unica via per combattere la morte

i figli degli uomini

Theo sarà costretto a rimettere in moto la sua vita quando, dopo essere stato rapito dal gruppo terroristico dei Pesci, nato per tutelare i diritti degli immigrati e del quale la ex moglie Julian (Julianne Moore) è leader, gli viene richiesto di procurare un lasciapassare speciale per una ragazza, la giovane Kee. Theo si troverà così coinvolto in un folle viaggio attraverso morte e devastazione, con l’unico obiettivo di portare in salvo, verso la nave Domani, il bene più prezioso dell’umanità residua: una donna incinta.

Una volta raggiunta la nave, Kee verrà traghettata verso un non meglio definito Progetto Umano, punto di partenza per una nuova realtà.

I figli degli uomini – in perfetto stile Cuarón – è un film ricco di simbologie, rese con poetica enfasi

In un pianeta ormai distrutto dalla forza brutale di prevaricazioni reciproche, l’apparente fragilità di una donna che porta in grembo una piccola vita rappresenta l’unico valore in grado di far indietreggiare il male, come una sorta di talismano capace di neutralizzare la morte col potere imprescindibile della vita.

i figli degli uomini

Il viaggio di Theo e Kee assume progressivamente una forma esistenziale, in cui l’altissima posta in gioco è l’unica concreta possibilità per ricominciare, ricostruendo da capo in un astratto altrove un’umanità che ormai non si può più riparare ma solo rinnovare dal principio.

Ad incorniciare tale titanica e disperata impresa le splendide ed intense musiche, che spaziano da In the Court of the Crimson King dei King Crimson alla Ruby Tuesday dei Rolling Stone, ulteriore tassello per far immergere completamente lo spettatore nella tragica malinconia per un’era che ormai può essere solo abbandonata e ricordata solo per non ripeterne gli stessi fatali errori.

I figli degli uomini sottolinea l’attitudine di Cuarón nell’estetizzare abilmente significati profondi, la cui radice risiede in quel desiderio e bisogno di rinascita sublimato nel 2013 con Gravity, in cui una Sandra Bullock la cui vita sembrava ormai senza speranza ritrova, dopo una lunga e difficile “gestazione” (pensiamo alla scena in cui fluttua all’interno dell’astronave in posizione fetale), la forza e la strada per compiere i suoi nuovi primi passi sulla Terra, lasciandosi alle spalle il passato.

L’ennesima riprova del talento in ascesa del suo regista, completato dall’originalità stilistica e da un’impronta tale da rendere inconfondibili i suoi lavori, prerogativa di chi sa plasmare l’Arte cinematografica come creta.

 

 

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