Hitman: Agent 47 – recensione

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Hitman: Agent 47 è l’ultimo in ordine di tempo di una serie di film basati su videogame di più o meno successo, in una triste moda che vede aumentare la produzione di pellicole “basate su” in numero sempre maggiore di anno in anno (viene da chiedersi, oltre dove sia finita tutta la creatività del genere umano, anche quando questo finirà, se mai. Altro che discussioni sul genere dei supereroi…).

Alle volte il risultato è buono (vedi la serie di Resident Evil), molte volte così così (per esempio Prince Of Persia: Le Sabbie Del Tempo, che pur con una critica pessima ed un box office deludente in casa, è riuscito ad aver successo nel mondo); ma la maggior parte del tempo i risultati sono semplicemente disastrosi, al punto che viene da chiedersi come uno studio possa ancora pensare che basti il nome (e un miliardo di effetti speciali) per attrarre i fans del videogioco nelle sale, senza curarsi di dettagli tecnici come, ad esempio, sceneggiatura e regia.

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A che categoria faccia parte Hitman: Agente 47, se non già chiaro, apparirà evidente una volta svelato che il film non è semplicemente un adattamento, è anche un reboot (l’originale, datato 2007, era di coproduzione Franco-americana e l’unica cosa che poteva vantare era proprio la performance al botteghino): ovviamente, appartiene alla terza categoria.
Con queste premesse, è facile intuire dove mai questa recensione possa andare a finire: quali speranze può mai avere un film che non si sarebbe mai dovuto fare, visto che ha ricevuto nel tempo un po’ di segnali di avviso, come per esempio il fatto che l’attore protagonista dell’originale, Timothy Olyphant, non ha voluto avere niente a che fare con – l’allora – sequel, arrivando a dichiarare che la sua partecipazione nel primo era dovuta puramente a questioni economiche, in quanto l’attore aveva bisogno di denaro per una nuova casa; o ancora, l’improvvisa morte dell’attore Paul Walker, che sarebbe dovuto diventare l’Agente 47 nel reboot.

Guarda qui il trailer del film 

La parte più bella di tutto ciò sono davvero i titoli di testa, confezionati con grande cura e con un richiamo al mondo del videogioco, in cui le scene si succedono veloci e con ritmo serrato, e i protagonisti vengono delineati con poche battute di dialogo e molta azione; in più, allo spettatore viene fornita qualche informazione chiave con frasi brevi e d’impatto, che salvano il film dall’essere troppo didascalico in fase d’apertura. Intenzione sacrosanta, ma che successivamente si perde per strada quasi subito, cosicché dopo i primi cinque minuti lo spettatore è già annoiato a morte mentre cerca di farsi piacere qualcuno dei protagonisti (così scialbi e scritti approssimativamente che non si riesce ad inquadrare né da dove vengano, né tantomeno cosa abbiano in mente per tutto il tempo del film, anche meno quale obiettivo abbiano da raggiungere).

Il regista Aleksander Bach – qui alla sua opera prima in ambito cinematografico, avendo alle spalle un passato nell’ambito della pubblicità – non compie un lavoro migliore, cadendo in stanchi cliché (facilmente scansabili) e limitandosi a fare ciò che la casa di produzione gli ha commissionato, vale a dire qualcosa di così spudoratamente commerciale da risultare fastidiosa al limite della sopportazione – nei primi dieci minuti il logo dell’Audi viene inquadrato da tutte le prospettive possibili ed immaginabili, senza la minima preoccupazione di farlo sembrare vagamente casuale (o sottile).
Hitman: Agente 47 è insomma uno di quei film da qui scappare a gambe levate, possibilmente prima di aver pagato il (costoso) biglietto del cinema.

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