GIUDIZIO CINEMATOGRAPHE

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“Perché il desiderio di ognuno è trovare un posto a cui appartenere, è amare ed essere amati senza dubbio, senza giudizio, senza condizioni. Questa sarà la mia favola”; questo dice Grace, la consorte di Ranieri di Monaco, la musa ispiratrice di Alfred Hitchcock, colei che ha lasciato tutto per il marito e per i figli, per il sogno di una favola appunto. È il 1956, quando, Grace Kelly lascia l’America e gli studi cinematografici – ha appena finito di girare Alta società – e sposa il principe Ranieri di Monaco; inizia così il film di Olivier Dahan, Grace di Monaco con Nicole Kidman.

La pellicola, che ha aperto la 67esima edizione del Festival del Cinema di Cannes – sollevando molte critiche, sia da parte degli addetti ai lavori che da parte dei Grimaldi, perché il film non rappresentava per nulla la vita della Kelly -, si sposta poi anni dopo; la favola di Grace e Ranieri si scontra con la realtà: il loro matrimonio viene messo in crisi dagli impegni del principe, crisi che tocca anche il principato a causa di Charles de Gaulle, il presidente francese, in cerca di danaro per far fronte alle spese in Algeria.

Grace di Monaco cinematographe.itGrace di Monaco: il film di Olivier Dahan racconta attraverso il corpo attoriale di Nicole Kidman la storia della principessa

La missione di Dahan – che ha portato sullo schermo la storia di Édith Piaf in La Vie en rose – è complicata: Grace Kelly è stata ed è icona di stile, tanto che la casa di moda Hermès l’ha celebrata con una borsa creata per lei che porta il suo nome, è entrata nella storia del cinema grazie alle sue interpretazioni nei film del Maestro del brivido Alfred Hitchcok, è conosciuta per essere stata sposa del principe Ranieri di Monaco, un’unione celebrata con un matrimonio da favola che l’ha resa principessa in mondovisione. La sua vita sembra un film, dalle stelle al principato, dalla gioia alla morte prematura su quella strada che la resa famosa in Caccia al ladro, dalla sua bellezza dolorosa e divina alla solitudine che in più di un’occasione ha provato. Olivier Dahan porta al cinema Grace Kelly e la sua storia, fa interpretare la diva a Nicole Kidman, l’attrice  più elegante e regale di Hollywood, sceglie un anno particolare per l’ormai principessa, il 1964 anno in cui si trova a un bivio. Da una parte ci sono il cinema e Alfred Hitchcock che le offre quello che sarebbe potuto essere il ruolo della vita, la ladra, bugiarda e frigida Marnie – parte poi andata a Tippi Hedren –, dall’altro la famiglia, il principato e la politica.

Grace di Monaco cinematographe.itGrace di Monaco: Olivier Dahan porta sullo schermo un film che non ha profondità

Dahan guarda la sua bella principessa da vicino, negli occhi, cerca di entrare dentro alla sua mente, tra i suoi pensieri più privati, ma non riesce a farlo a pieno. Vorrebbe liberarla dalle catene con cui ha vissuto, quelle della diva, dell’icona, della sposa di Ranieri di Monaco, vorrebbe imprimere sulla pellicola la donna, il suo sentire, la sua verità, invece ciò che lo spettatore si trova davanti è un’immagine preconfezionata e poco profonda. Il film di Dahan è monocorde: la stella di questo spettacolo è in bilico tra due mondi opposti, quello dello spettacolo o quello dell’etichetta, quello dell’attrice o quello della moglie e madre, ma ciò che colpisce è la staticità in cui lei è immersa, la lieve oscillazione che non esprime il vero tormento. Tutto sembra già fatto: Grace è tentata di accettare la proposta del suo Hitch, il principe sembra essere dalla sua parte, ogni cosa è al proprio posto, ciò che scombina le carte è il presidente De Gaulle. Il nemico del principato inizia proprio in quell’anno inizia una “battaglia” contro il paradiso fiscale monegasco e Ranieri sceglie l’austerity, motivo per cui la donna viene portata nuovamente a riflette sul da farsi.

Grace è colta proprio in quel momento, mentre il suo matrimonio è in crisi, mentre è sola – struggente è il momento in cui, durante una cena, si vede la sedia del principe vuota, come a intendere il vuoto che c’è nella vita della donna -, lei ha già la scelta, si accorge però che quella giusta, non tanto per lei, ma per tutti coloro che le stanno intorno è un’altra. Grace di Monaco perde il libero arbitrio, per il ruolo che ricopre non può fare liberamente ciò che desidera, non può lasciare il marito e i figli.

Hitchcock le dice, durante una telefonata, che non deve uscire dall’inquadratura, che non deve stare sull’orlo del fuoricampo, e in un certo qual modo la donna lo fa, ma in maniera diversa. Grace si butta a capofitto in questo nuovo ruolo, quello della donna di stato; con ogni suo gesto fa coincidere l’essere sposa con l’essere donna di Stato: la stella del cinema, fino a prima poco apprezzata dalla sua gente, diventa la principessa dei monegaschi. Prende lezioni di protocollo, di francese, impara cosa voglia dire essere principessa; quello che all’inizio aveva il sapore della rinuncia, diventa qualcosa di diverso. La donna è spalla di Ranieri, gli sta al fianco, lavora per lui, per il principato e per il popolo, fino ad arrivare a una, forse troppo, tirata sull’amore motore e forza salvifica del mondo.

Grace di Monaco cinematographe.itGrace di Monaco: è un film che non tocca le corde dell’anima

Ciò che non torna è proprio il tono con cui Dahan racconta la storia di Grace. Il film non tocca le corde dell’anima, nonostante la Kidman dia il meglio di sé nel complesso intento di far rivivere la principessa, nonostante spesso abbia gli occhi pieni di lacrime. Sulla carta il regista sembra avere tutte le più buone intenzioni, il risultato però è un personaggio ridotto a una figura piatta. Grace di Monaco è tutto e niente, non vuole essere un biopic, vuole raccontare le giornate difficili della principessa, colorandole con un tono più leggero – il momento in cui gioca con i figli, Alberto, Caroline -, a tratti addirittura romantico – l’amore con Ranieri -, ma ciò che risulta poco digeribile è quella vena quasi da spy story che inghiotte la vicenda di Grace. La sensazione finale è quella di trovarsi di fronte a una pagina fin troppo didascalica di un libro che non coinvolge per nulla.