voto del pubblico 3.0/5
voto finale 1.8/5
Regia
Sceneggiatura
Fotografia
Recitazione
Sonoro
Emozione
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Go Dante Go Go è un film ‘postmoderno’. Prendiamo Se una notte d’inverno un narratore di Italo Calvino: c’è un Lettore che, per ragioni di volta in volta diverse, è costretto a interrompere il libro che sta leggendo. L’opera finisce, dunque, per coincidere con dieci incipit di altrettanti romanzi, cominciati dal nostro Lettore e subito, per cause di forza maggiore, abbandonati. Calvino scrive un meta-romanzo in cui protagonista è l’atto stesso di leggere, la lettura come puro anelito, come puro movimento desiderante senza meta, trascendente rispetto all’oggetto-storia.

Allo stesso modo, l’opera seconda del fiorentino Alessio Nencioni, disponibile alla visione sulla piattaforma CHILI, assembla segmenti di dieci cortometraggi – ciascuno appartenente a un diverso genere cinematografico – e li inserisce in una cornice meta-filmica: un giovane regista pieno di belle speranze intende partecipare a un concorso, e da lì la fretta di realizzare i cortometraggi di cui sopra. In modo rocambolesco raccoglie e assolda bizzarre maestranze e, mentre tenta di organizzare i diversi set, litiga molto con la fidanzata, non solo riluttante a incoraggiare i suoi pruriti artistici, ma talvolta persino apertamente ostile. 

Go Dante Go Go: l’amore straripante per il cinema che paradossalmente si fa vuota aspirazione

Avventure semiserie di un regista (o pseudo-tale?) ‘bulimico’ di cinema

Go Dante Go Go è, così, sia una dichiarazione d’amore al cinema – anche qui, come nel romanzo di Calvino, più come gesto fine a se stesso che come tensione verso la concretizzazione di un’urgenza creativa – sia una satira nei confronti del velleitarismo cinematografico. Quel che appare il limite maggiore del film è, quindi, forse soltanto l’attuazione calcolata di un cortocircuito: Go Dante Go Go simula ciò che vorrebbe demolire, la sterilità dell’arte quando potersi dire artista diventa più importante della creazione in sé, della qualità effettiva del lavoro, da intendersi non come azione, ma come risultato della stessa, come prodotto finale. 

È ugualmente possibile che il senso generale del progetto sfugga, in quanto il postmoderno consiste appunto nel lasciare a chi fruisce dell’opera – narrativa o audiovisiva, cambia poco – l’onore (il sospetto è che si tratti anche di un onere) di interpretare. Resta aperta la questione della godibilità di un film più pensato che plasmato, tutto programma e poca sostanza drammaturgica: chi potrebbe essere interessato a seguire le peripezie senza approdo di personaggi-funzione che declamano tutto il tempo, ricorrendo, in barba alla mimesi, a un linguaggio lambiccato e aulico, francamente respingente?

Go Dante Go Go paga la sua ricerca d’originalità a tutti i costi, il compiacimento di mettere a nudo gli ingranaggi, l’abbuffata smargiassa e pantagruelica di soluzioni scenico-narrative a effetto in cui il feticismo per il dettaglio assume maggiore importanza della visione d’insieme e dell’opportunità applicativa. L’impressione è quella di uno scherzo ‘in codice’, compreso solo dai pari, di una “supercazzola”, e passi l’espressione, da intendersi rigorosamente come citazione cinefila. Di un gioco a tempo perso (o fuori tempo massimo) in cui attori e regista si divertono più di spettatori e spettatrici.