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Tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo stretto fra le mani un Cubo di Rubik, il celebre poliedro magico tridimensionale inventato dal professore di architettura e scultore ungherese Ernő Rubik nel 1974, di fatto visti i numeri uno dei giocattoli più venduti della storia, con oltre 350 milioni di pezzi in tutto il mondo. Anche se il il picco della sua popolarità si è manifestato nei primi anni Ottanta, il rompicapo per eccellenza continua però ad avere al seguito un esercito di appassionati alle varie latitudini, con la World Cube Association che continua a organizzare tornei e gare nei quali i contendenti si confrontano per battere record su record. Tra questi figurano i pluridecorati Max Park e Feliks Zendegs, protagonisti assoluti del documentario di Sue Kim dal titolo Gli speedcuber, distribuito da Netflix a partire dal 29 luglio.

Gli speedcuber: un film nel film, semplice nella costruzione e con una seconda parte decisamente più appassionante

Il mediometraggio firmato dalla cineasta statunitense di origini sudcoreane ci porta al seguito dei due speedcuber, mentre sono alla caccia del gradino più alto del podio nel mondiale di categoria svoltosi nel 2019 a Melbourne. Proprio la kermesse iridata è la tappa finale di un racconto che parte dal percorso di avvicinamento all’attesa competizione, per arrivare alle avvincenti fasi finali del torneo dove la vittoria si gioco in una manciata di secondi. In tal senso, la timeline del documentario è chirurgicamente spaccata in due macro-blocchi di 20 minuti cadauno, nei quali la Kim racconta prima le storie dei due protagonisti e poi la loro esperienza nel mondiale. Si passa così dalle toccanti vicende umane, narrate attraverso interviste, foto e home movie, alla più classica cronaca sportiva, con emozioni annesse. Ciò fa di Gli speedcuber un film nel film, semplice nella costruzione e con una seconda parte decisamente più appassionante.

Vita privata e gesta sportive al centro di un documentario che parla di amicizia, integrazione sociale e autismo

Gli speedcuber cinematographe.it

Sul fronte biografico, invece, tra le due vicende è inevitabile che lo spettatore di turno si appassioni di più alla vita e alle gesta di Park, un ragazzo affetto da autismo che trova proprio nel cubo magico lo strumento per fare giganteschi progressi e per evadere dalla malattia. Per assonanze e analogie, la mente non può che tornare a Life, Animated, con il quale il film della Kim non regge il confronto emotivo e tecnico, ma condivide la medesima attenzione e delicatezza nel gestire la materia umana  al centro di un racconto che parla di amicizia, coinvolgendo il pubblico senza scivolare mai nella spettacolarizzazione a buon mercato.

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