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Vite parallele, ricchezza e povertà, ranocchi da un passato reale, vermi che cantano canzoni d’amore, inseguimenti, vendette e indagini sono solo alcuni ingredienti di Giù per il tubo. Un bel condensato di comicità e allegria che fanno dell’odissea di un topo borghese un film piacevole e divertente per grandi e piccini.

Roddy è un nobil-topo che vive nell’agio e nel lusso fino all’arrivo di Sid, un topo di fogna venuto improvvisamente fuori dal lavandino della cucina. È così che Roddy tenta di liberarsi dall’intruso, ma il suo espediente si rivelerà del tutto inefficiente, tanto che sarà lo stesso protagonista a finire nella sue stessa trappola: giù per lo scarico del water per ritrovarsi nelle fognature sottostanti. Sarà proprio nell’underground londinese che il nostro roditore scopre un mondo parallelo abitato da creature strane e misteriose. L’unico desiderio di Roddy è però quello di tornare a casa e vedremo come l’obiettivo non sarà dei più facili.

Giù per il tubo: un film d’animazione divertente che guarda con occhi critici alla realtà del nostro tempo

Un film che in versione originale vanta un cast di tutto rispetto che va da Hugh Jackman, a Kate Winslet, con Ian McKellen passando per Jean Reno e Bill Nighy fino a Andy Serkis, Shane Richie, Kathy Burke e David Suchet. Giù per il tubo è una commedia divertente e spigliata con piccoli colpi di genio registici e una sceneggiatura matura, insolente, ma mai stancante diretta da Sam Fell e David Bowers. Il film prende spunto da pellicole ormai famosissime come Mamma ho perso l’aereo! (1990), All’inseguimento della pietra verde (1984), tutta la saga di 007 e, una dolcissima citazione Pixar, con il povero Nemo alla ricerca del padre. La pellicola animata, con il connubio di Computer Grafica e l’utilizzo di plastilina e pongo, è in grado di diventare un prodotto avvincente e con un umorismo mai noioso o “facile”.

L’aspetto che forse colpisce maggiormente lo spettatore è un senso d’ispirazione che si avverte guardando il film, intuizioni che spesso non sono altro che dinamiche culturali dei nostri tempi. La ricostruzione della Londra a misura di topo ad esempio è un piccolo gioiello di sfacciataggine nei confronti della metropoli inglese, con il Tower Bridge ricostruito utilizzando una cabina telefonica e un bagno pubblico; oppure passando a vere situazioni comiche come il momento della videochiamata al cellulare, tra una rana-mimo e il cattivo del film: davvero geniale. Da non dimenticare poi l’incalzante colonna sonora di Harry Gregson-Williams capace di offrire temi in sintonia con le varie situazioni presentate e con ritmi capaci d’inserirsi nei vari contesti: un film che anche sotto questo aspetto si prefigura degno d’attenzione.

Giù per il tubo cinematographe.it

Giù per il tubo mescola azione e divertimento

La Dreamworks e Aardaman li ricordiamo per essere stati un’accoppiata vincente per Shrek (2001) e per il successivo Premio Oscar Wallace & Gromit – La maledizione del coniglio mannaro (2005), nel 2006 tornano sugli schermi con un nuovo film d’animazione Giù per il tubo. Una piccola perla in grado di mescolare azione e divertimento a quelle che sono le più sofisticate tecniche animate. Alla terza collaborazione le case di produzioni, inglese e americana, propongono un film d’animazione realizzato con la tecnologia 3D sviluppata da Pixar e DreamWorks. Per parlare però del reparto grafico, aspetto più evidente nel corso del film, è doveroso fare un salto indietro: la realizzazione del lungometraggio di Wallace & Gromit. Per quest’ultimo era stato scritto uno specifico software in grado di riprodurre le imperfezioni della plastilina usata per i personaggi e l’effetto “impronta” lasciato dalle dita sui suddetti modelli.

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Avendo pensato, inizialmente, alla tecnica dello stop-motion (il marchio di fabbrica di casa Aardman) per la realizzazione di questo lungometraggio si è infine optato, interamente, sull’animazione CGI visto l’alta presenza di acqua e di scene alquanto complicate da realizzare con la tecnica del passo-uno. A questo scopo, per ricreare le “animazioni di casa”, si è fatto uso del sopracitato software, tanto che il risultato ha spiazzato numerosi giornalisti che hanno presentato Giù per il tubo come la nuova pellicola in stop-motion e con incursioni in CGI. Il reparto modellazione ha dovuto realizzare ben 658 personaggi, che tra l’altro appaiono tutti nella scena finale, e numerose e dettagliate location come la splendida Rattopolis, una Londra in miniatura ricostruita con oggetti d’uso comune: una vera perla. Le figure e le animazioni di plastilina di Wallace & Gromit e Galline in fuga (2000) vengono abbandonate e i classici pupazzi di plastilina finiscono per essere rifiniti a colpi di pixel: uno choc per tutti coloro che adoravano il tocco “artigianale” del geniale Nick Park. Per limitare il trauma la DreamWorks decide comunque di mantenere quel “look gommoso” dei personaggi, ma inutile fingere: non è più la stessa cosa.

Come in La gang del bosco (2006), anche in questo film il punto di partenza è una variazione su una famosa favola: quella del topo di città e del topo di campagna. Naturalmente il tutto è piegato su un intreccio abbastanza lineare, prevedibile e che, come ormai sembra regalare la produzione DreamWorks non osa e non vuole rischiare oltre il necessario. Gli omaggi a Kafka e Marcel Marceau per contorno forniscono al tutto un tocco satirico: si guardino i rozzi ma generosi ratti di chiavica contro l’esangue topo di città, che una volta sarebbe stato sublime, mentre in questo strano ibrido anglo-americano risulta un poco stinto. Tutti elementi che fanno comunque di Giù per il tubo un film divertente, ironico, sfrontato, ma che riesce a mantenere comunque un certo aplomb inglese tipico della cultura britannica. Una pellicola da consigliare, anche in virtù di una certa monotonia che ha investito, tranne pochi esempi, i film di animazione negli ultimi tempi.