Ghost Town Anthology Cinematographe.it

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Su una strada isolata, di un paesino sperduto del Quebec, in un paesaggio innevato, il 21enne Simon Dubé perde il controllo dell’auto e si schianta morendo sul colpo. È stato un incidente? Si è suicidato? Le dinamiche non sono chiare, ma tutto il piccolo villaggio di Sainte-Irénée-les-Neiges è in lutto. Queste sono le premesse di Ghost Town Anthology (titolo originale Répertoire des villes disparues), film drammatico canadese – in lingua francese – presentato in concorso alla Berlinale 2019.

Il film, scritto e diretto da Denis Côté, è una parabola sul dolore, sulla perdita e sul loro necessario superamento. Ognuno dei 215 abitanti di Sainte-Irénée affronta la vicenda in un modo diverso, ma una cosa è certa: la morte è inevitabile e comprenderla, accettarla, è fondamentale. Il film unisce il sentimento molto reale che scaturisce dal suo prologo a una componente surreale e un po’ thriller creando un prodotto finale sconcertante e, a tratti, confuso, ma comunque alquanto affascinante.

Dopo la morte di Simon, infatti, nel villaggio iniziano ad apparire dei “fantasmi”. Sono gli abitanti morti che tornano nei luoghi che hanno abitato. Tra loro ci sono parenti, amici, vecchi padroni di casa. Cosa vogliono? Sono pericolosi?

Ghost Town Anthology: un film che non vuole essere apprezzato

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Côté si concentra sulle singole storie all’interno del paese perdendo di vista, in molti momenti, il filo del discorso. Non è facile stare dietro alla narrazione di Ghost Town Anthology, soprattutto a causa di un ritmo lentissimo e, dispiace dirlo, alquanto noioso. Il film, che pretende di essere visto dallo spettatore come un thriller moderno e stratificato, fallisce nella sua missione e si ritrova a girare su se stesso, senza una vera strada da seguire.

Troppi momenti e troppi fili narrativi rimangono incompleti, intrecciati. A quasi nulla di ciò che viene presentato nel film, si trova una soluzione. Anzi. Col passare del tempo ci troviamo sempre più in profondità dentro una storia senza capo né coda. Vogliamo disperatamente scoprire di cosa di tratta, siamo attratti da ciò che succede, ma una spiegazione non arriva mai. Tutto è simbolico, tutto è metafora, ma quasi impossibile da usufruire. E quello che sembrava essere un’idea iniziale vincente, si rivela un buco nell’acqua.

Ghost Town Anthology non è fatto per il pubblico. A Côté e ai suoi personaggi non interessa accontentare lo spettatore. Il film è fatto da sé e per sé. Il regista ha lavorato su un’opera che è difficile apprezzare pienamente dall’inizio alla fine e che più di una volta ci fa controllare l’orario per sapere quanto tempo ancora dovremo rimanere seduti davanti allo schermo a osservare una città di fantasmi, in tutti i sensi possibili.

È un peccato che il film canadese si riveli una tale delusione, ma questo è ciò che accade quando l’arte non si mette a servizio dei suoi utenti. Certo, ci sono opere che trascendono il pubblico, che non sono fatte per essere capite, ma questo non può valere per tutto. Ci sono film e film, ci sono capolavori difficili da mandare giù e ci sono film pretenziosi senza capo né coda. Decidete voi dove sta Ghost Town Anthology.

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