voto del pubblico 2.4/5
voto finale 2.3/5
Regia
Sceneggiatura
Fotografia
Recitazione
Sonoro
Emozione
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Il doppio è un topos cinematografico, e letterario, molto adoperato e spesso diventato centrale nella filmografia di molti registi. Alfred Hitchcock, ad esempio, ne ha ampiamente discusso nei suoi capolavori La donna che visse due volte e Psycho, attraverso gli iconici personaggi di Madeleine e Norman Bates. Andando ai giorni nostri possiamo trovare degli esempi celebri del mito del doppio in Fight Club, Mulholland Drive e nel più recente Noi di Jordan Peele. L’ultimo film di Ang Lee, Gemini Man, riprende questa tematica e la sviscera attraverso il protagonista Henry Brogan, interpretato da Will Smith.

Henry Brogan è un sicario che ha deciso di congedarsi e abbandonare il suo lavoro violento. Henry non ne può più della sua vita di assassino: evita gli specchi, non riesce neppure a guardarsi in viso, colpevolmente o meno. Durante una fuga in barca percepisce di essere seguito. L’assassino che lo segue è scaltro, è svelto, e sembra essere in grado di prevedere ogni sua mossa. Henry scopre in realtà che il suo nemico è una versione ringiovanita di sé stesso, un ragazzo di nome Junior. Henry sarà determinato a scoprire la verità dietro la creazione di Junior e per farlo si sconterà contro un sistema marcio guidato dal suo ex capo Clay Varris.

Gemini Man: il film di Ang Lee con Will Smith

Gemini Man Cinematographe.it

Gemini Man è un film d’azione esplosivo, che adopera una tecnologia minuziosa, enfatica, in cui tutto è al servizio dell’estetica. Will Smith interpreta due personaggi, uno è la versione attuale di se stesso, l’altro invece è la sua nemesi più giovane, un personaggio creato in digitale e animato in motion capture. Quando affermiamo che Gemini Man è un prodotto in cui l’estetica è centralissima è perché è filmato e proiettato in HFR 3D+ (High Frame Rate a 120 fotogrammi al secondo). Le scene sono talmente iperreali e tridimensionali da rendere l’effetto finale delle immagini quasi come quelle di un videogioco, in cui i fotogrammi sono più veloci rispetto al cinema e i movimenti spesso appaiono più fluidi.

Le scene, la storia e l’intera narrazione sono al servizio della tecnologia; tutto viene amplificato dalle minuzie visive che sono impressionanti, che non lasciano però spazio ad altro. Una volta assorbito lo stupore iniziale per l’aspetto visivo particolarmente interessante, i difetti di Gemini Man si rivelano. Purtroppo il film di Ang Lee è impenetrabile al di là del suo peso tecnologico, il risultato è una specie di iper-realtà in cui il controllo sulle immagini è così intenso che gli attori non riescono a trasmettere il naturalismo, non riescono a veicolare nulla allo spettatore.

Gemini Man punta ad enfatizzare il realismo, al punto che quel realismo si poggia unicamente sull’esposizione visiva e mai sull’interpretazione attoriale. Pur di riprodurre la realtà in maniera rigorosa, Gemini Man sacrifica la tensione, pur di mostrare quanti più dettagli possibili, quasi in modo maniacale, il film si spoglia dell’essenziale, e non del superfluo, preferendo consacrarsi alla spettacolarizzazione di una scena d’azione più che alla credibilità dell’arco drammatico.

In Gemini Man tutto è al servizio dell’estetica

Gemini Man  Cinematographe.it

Inoltre la tematica del doppio è solo accennata in modo frivolo, non viene realmente affrontata e raccontata come inizialmente sembra promettere. Il personaggio di Will Smith è in lotta contro se stesso: questa è la vera nota interessante del film, il punto in cui la narrazione avrebbe dovuto concentrarsi. Henry Brogan evita gli specchi, non riesce a concepire il suo volto, detesta osservarsi anche per sbaglio in una superficie che in un certo senso raddoppierebbe e mostrerebbe a se stesso la sua persona.

Ecco perché Junior, il suo io/antagonista più giovane, è essenziale all’interno dell’economia narrativa di Gemini Man: è il suo specchio umano, è l’occasione per Henry di potersi riscattare; è l’occasione di incontrare una versione di se stesso più giovane, implorarlo di non commettere i suoi stessi errori per non diventare come lui a 51 anni. Un sicario, solo, piegato dall’angoscia del suo lavoro abominevole, senza una famiglia e un futuro.

Il mito del doppio poggia il suo valore narrativo su queste dinamiche, sul confronto, sulla dialettica, un fattore che manca decisamente nel film di Ang Lee. Per quanto il lato tecnologico sia importante per l’ascesa avanguardista in termini visivi del cinema, Gemini Man però non fa che provare che anche se alcune cose possono cambiare, migliorare, evolversi, altre rimangono, com’è giusto che sia, ostinatamente le stesse.

Gemini Man è al cinema dal 10 ottobre e sarà disponibile anche in HFR 3D.