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“Viaggiare è un’esperienza musiliana, affidata al senso delle possibilità piuttosto che al principio di realtà. Si scoprono, come in uno scavo archeologico, altri strati del reale, le possibilità concrete che non si sono materialmente realizzate ma esistevano e sopravvivono in brandelli dimenticati dalla corsa del tempo, in varchi ancora aperti, in stati ancora fluttuanti. Viaggiare significa fare i conti con la realtà ma anche con le sue alternative, con i suoi vuoti; con la Storia e con un’altra storia o con altre storie da essa impedite e rimosse, ma non del tutto cancellate”. Scrive così Claudio Magris nel suo saggio L’infinito viaggiare. Sì, viaggiare (proprio come recita una celeberrima canzone di Lucio Battisti). Perché, a fianco del lucido affresco biografico dedicato al pittore francese Paul Gauguin, il fil rouge che percorre sinuosamente l’intero apparato narrativo di Gauguin a Tahiti – Il paradiso perduto fa proprio riferimento ad un viaggio di omerica memoria.

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Gaugin: dalla natura incontaminata alle grandi collezioni internazionali

Il secondo lungometraggio diretto da Claudio Poli accompagna lo spettatore dalla natia Parigi fino a Tahiti, nell’esotica Polinesia francese, passando per la costa bretone, con anche una breve parentesi peruviana. Grazie al supporto delle fantastiche musiche, composte appositamente per il film, di Remo Anzovino ci si inoltra nella natura incontaminata, tra i flutti marini che si scagliano sulle scogliere e la vegetazione rigogliosa che colora le isole del pacifico meridionale. Quella di Gauguin è una fuga dal caos e dalle preoccupazioni della società moderna, dalla vita convulsa delle grandi città, per abbandonarsi alla quiete più estrema di un’esistenza in totale connubio con la natura. Oggi le magnifiche opere di Paul Gauguin sono custodite nelle metropoli di tutto mondo, al Metropolitan di New York, la National Gallery di Washington, in perenne contrasto con le volontà del pittore francese, che forse avrebbe voluto per i suoi dipinti una conservazione più intima e lontana dall’agitazione delle tratte turistiche globali. Il viaggio di Gauguin a Tahiti – Il paradiso perduto si concreta a partire dalla grande amicizia con il pittore contemporaneo Vincent Van Gogh, fino ad arrivare alle straordinarie donne polinesiane ritratte in tutta la loro spensierata naturalezza, vero e proprio marchio di fabbrica dell’intera produzione artistica di Paul Gauguin.

Gaugin a Tahiti: pro e contro del documentario di Claudio Poli

La produzione si è poi avvalsa della penna dello scrittore Matteo Moneta per scrivere la sceneggiatura del film, su un soggetto di Marco Goldin e dello stesso Matteo Moneta. Tuttavia la voce narrante di Adriano Giannini, che viene però inquadrato a più riprese mentre racconta con vibrante pathos le vicende di cui Gauguin è stato protagonista, è meno suggestiva del recente (ed illustre) predecessore: quel Stefano Accorsi che era calda voce narrante del documentario Tintoretto – un ribelle a Venezia, distribuito nelle sale nel mese di febbraio. Gauguin a Tahiti – Il paradiso perduto è poi vittima di qualche fugace caduta di stile che, seppur in minime proporzioni, intacca la professionalità del buon documentario di Claudio Poli. Su tutte ricordiamo la sequenza in cui la giovane amante polinesiana di Gauguin, sostituita nella ricostruzione da un’attrice tahitiana, scrive a Gauguin in Francia con un Iphone nuovo di pacca. Un modernismo di cattivo gusto insomma. Siamo però dinanzi ad un’ottima operazione di ricostruzione – buona è la ricerca sulle fonti e gli archivi – che risulta efficace come strumento d’intrattenimento, così come da veicolo per l’esposizione artistica su un versante più tecnico-professionale.

Gauguin a Tahiti – il paradiso perduto è stato distribuito da Nexo Digital, in collaborazione con 3D Produzioni, ed è uscito nelle sale cinematografiche italiane il 25, 26, e 27 marzo.

 

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