Berlinale 2020 – Funny Face: recensione del film di Tim Sutton

Con Funny Face Sutton riesce a trasformare il minimo necessario in materia piena e ricolma di spunti.

Non è la New York che siamo abituati a conoscere, spesso al centro di blockbuster fracassoni o commedie d’autore alla Woody Allen, quella che ci racconta Tim Sutton nel suo ultimo lavoro – Funny Face – presentato in anteprima alla Berlinale 2020. Il regista, anche autore della sceneggiatura, evolve le coordinate del suo cinema rarefatto e primordiale messe in luce nel controverso Dark Night (2016), esteticamente intenso ma contenutisticamente acerbo, in una formula dichiaratamente più lineare e lucida che sa come trasmettere il proprio messaggio di fondo con una spiccata solidità di intenti. Un cinema indipendente finalmente consapevole e maturo al servizio di una storia che, dietro tratti apparentemente metaforici, tratteggia drammi dal taglio contemporaneo in una lotta tra estremismi, siano questi di base religiosa o relativi ad una scala sociale ormai “tornata di moda” sul grande schermo dopo il trionfo di Parasite (2019).

E non è un caso che al centro dell’inizialmente rarefatta vicenda vi sia un incontro tra due diverse solitudini, tra due anime in cerca di rivalsa per eventi che hanno condizionato, o continuano ad influenzare, le relative esistenze. Zama, ragazza musulmana, viene criticata dalla famiglia per il suo modo di vivere all’occidentale e costretta ad indossare il Hijab contro la propria volontà; Saul è un suo coetaneo la cui vita è stata sconvolta da una speculazione edilizia e che ora ha tutte le intenzioni di ottenere vendetta. Quando i due protagonisti si incrociano, le loro entità collimano in una simbiosi totale che si trascina su lidi platonici dal punto di vista romantico, salvo esplodere nelle fasi più tensive e “fantastiche” del racconto. Il primo fotogramma, con il volto di Saul coperto da un’inquietante maschera sorridente (in una sorta di citazione/aggiornamento d’autore del Joker di Todd Phillips) racchiude già in pochi secondi il cuore atmosferico di quanto avrà luogo nei successivi novanta minuti di visione ed è l’ideale antipasto di una sorta di moderno dramma urbano dove i reietti sono indirizzati ad una potenziale rivincita.

Funny Face: incontro di anime nel nuovo film di Tim Sutton

Funny face cinematographe

Sutton riesce in quest’occasione a trasformare il minimo necessario in materia piena e ricolma di spunti, con la crescita del legame tra i due personaggi che passa per piccoli gesti e su una certosina cura nella gestione dei dialoghi, con un’ambientazione che offre il meglio di sé nelle sequenze notturne, pregne di un fascino maliardo e sinuoso tra luci al neon e tramonti di struggente malinconia.

Funny Face segue rispettosamente il percorso, fisico e introspettivo, dei suoi protagonisti e con essi trova una chiave di lettura che si apre a metafore di sorta, dando vita ad un limbo impenetrabile e ciclico che trova infine un atto piacevolmente liberatorio nel breve ma incisivo epilogo, perfetta chiusura di un cerchio perfetto che evita sbavature e ricerca nella sobrietà delle proprie scene madri il significato di tutta la vicenda. Dall’alto dei grattacieli dei ricchi alle periferie di confine abitate dagli emarginati e dai “diversi” – stranieri su tutti – l’insieme trova un proprio equilibrio su un tempo sospeso e un vagabondante substrato on the road, tra luoghi e affreschi di contigua umanità che permettono uno sguardo a tutto tondo dove nessuno è lasciato indietro. E la diversità di approccio tra i relativi piani dell’esistenza, da stanze facoltose e orgie lussuriose a ristorantini etnici e baci sempre sfiorati, rappresenta nel miglior modo possibile il pensiero del suo autore.

Regia - 4
Sceneggiatura - 3
Fotografia - 3
Recitazione - 3
Sonoro - 3
Emozione - 3

3.2

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