voto del pubblico N/A
voto finale 2.6/5
Regia
Sceneggiatura
Fotografia
Sonoro
Emozione
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Chi era davvero Frida Kahlo? “Non è possibile dare una risposta a questa domanda. Tanto era contraddittoria e molteplice la personalità di questa donna, che si può affermare che siano esistete molte Frida diverse tra loro. E forse nessuna di loro fu come lei avrebbe voluto essere”. Così risponde il suo primo amore Alejandro Gomez Aria e così ci riporta, solo verso la conclusione, l’attento documentario diretto da Ali Ray intitolato, semplicemente, Frida Kahlo.
Il film, al cinema il 22, 23 e 24 novembre 2021 distribuito da Adler Entertainment (che con questo lungometraggio inaugura la collana Art Icons, dedicata a tre icone pop delle storia dell’arte) è il viaggio “definitivo” in quel groviglio fatto di amori, dolori e arte che è stata l’esistenza dell’artista messicana.

Frida Kahlo: il film di Ali Ray promette di svelarci chi era davvero

Frida Kahlo cinematographe.it
The Broken Column, 1944 (oil on masonite) by Kahlo, Frida (1907-54); 33×43 cm; Museo Dolores Olmedo Patino, Mexico City, Mexico; ¬© Selva/Leemage; Mexican

Se già nel 2002 il mondo cinematografico aveva puntato i riflettori sulla figura della Kahlo, grazie al film di Julie Taymor, con Salma Hayek nei panni della celebre pittrice, è anche vero che negli ultimi anni l’attenzione nei confronti di questa singolare artista si è amplificata, le sue opere e le sue foto hanno iniziato in maniera sempre più capillare a proliferare sul web, sui giornali, sui capi d’abbigliamento; il suo pensiero ha iniziato a infiltrarsi ovunque e lei ha finito per essere una vera e propria icona pop. Frida Kahlo è divenuta simbolo del femminismo, della rivoluzione. Lo è diventata perché lo è sempre stata, godendo di un successo che in vita non ha conosciuto pienamente. E allora è giusto e doveroso, per la settima arte, epurare l’immagine di questa donna che, trovandosi quasi per caso a imbrattare tele e pennelli, ha elaborato a piccoli passi una pittura e un’espressione artistica singolare nel suo genere, slegata totalmente dalle mode del suo tempo e ancorata unicamente alla volontà di alleviare le sue pene fisiche e sentimentali, di comunicare il suo io più profondo distruggendo le logiche maschiliste e ingessate circa la rappresentazione del corpo femminile. Frida si è messa a nudo, non solo mostrandoci il pube o il seno, quello lo hanno tutte, lo si può trovare ovunque; lei ha sviscerato le sue mancanze di donna e madre, dato forma e colore alla depressione, alla mancata accettazione di sé, al bisogno primitivo di sentirsi amati. Si è mostrata debole e forte, sofferente ma fiera, orgogliosa e frangibile. Si è mostrata al mondo per come era davvero, con tutte le molteplici facce che noi tutti possediamo e per tale ragione ha sconfitto il tempo. Quel suo sguardo così pieno di vita trapassa lo schermo ogni volta che un nuovo quadro resta intrappolato nella macchina da presa di Ali Ray.

Un documentario che non vuole incantare, ma insegnare

Ci passerebbe attraverso anche (e soprattutto) se vedessimo una delle sue opere dal vivo, anche se la vedessimo distrattamente dal nostro minuscolo smartphone, ma nel documentario Frida Kahlo ogni visione si carica di senso: la regista si assicura, attraverso il contributo di esperti di fama mondiale e personalità che hanno avuto l’onore di conoscerla, di confezionare una lezione di storia dell’arte impeccabile, priva di fronzoli e riverenze, scardinando tutti i perché attorno a certi capolavori e a determinate decisioni.
Ci sono dettagli non elencati o detti troppo frettolosamente, se si conosce profondamente l’artista, altri invece che garantiscono una sguardo inedito e introspettivo, un’immersione viscerale nella cultura e nell’arte pre-colombiana, fondamentale per comprendere la ragione di alcune scelte stilistiche della Kahlo.

Le musiche perfettamente sintonizzate col tempo e le tradizioni messicane, le letture dei diari personali, l’addentrarsi tra le trame dei dipinti, ma anche la location – che ci porta direttamente nella famosa Casa Azul (Casa Blu) a Coyoacán, sobborgo di Città del Messico, dove Frida è nata e cresciuta – e le ipotesi (talvolta inaspettate) degli esperti, fanno di Frida Kahlo un documentario di meritevole visione per comprendere anche e soprattutto ciò che si cela dietro alla fenomenologia di Frida. Perché è un’icona del femminismo? Perché ha anticipato i tempi? Perché continua ad avere successo nonostante non sia incasellabile in nessun genere? Perché tanti la amano pur non apprezzando fino in fondo le sue opere?
In circa un’ora e mezza la Ray tenta di rispondere a questi quesiti, tracciando sulla pellicola una visione definita dell’artista (dalle origini familiari all’incidente fino al matrimonio con Diego Rivera, dai dilemmi fisici alle soddisfazioni professionali), in un film che non tenta di adescare lo spettatore, piuttosto di guidarlo a una conoscenza consapevole di quella che è a tutti gli effetti una delle artiste più amate, autentica icona di femminismo, resilienza e genialità.