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Un ragazzo, Amin, e la sua storia. La sua terra d’origine e la sua fuga. Racconta questo Flee (prodotto da Riz Ahmed e Nikolaj Coster-Waldau), il film d’animazione di Jonas Poher Rasmussen che partecipa al Biografilm 2021 (4-14 giugno 2021) nella sezione Concorso Internazionale. Flee è un’opera toccante e sensibile che turba e scuote dal profondo, documenta gli strazianti e disperati sforzi di un rifugiato afghano, Amin, di trovare asilo all’estero e ricorda il suo viaggio per niente facile nel mondo e le sue difficoltà di essere quello che è.

Flee: la storia dolorosa e straziante di Amin

Amin si siede su un divano e si prepara a narrare la sua piccola/grande storia a Rasmussen, il regista. Ci dicono subito i due personaggi sullo schermo che quella è una favola nera, a tratti disperata ma che riguarda molti altri Amin, molti altri uomini e donne nel mondo che ieri e oggi tentano in maniera angosciata e angosciante di liberarsi dalla propria terra d’origine non sempre benigna. Un ciak ci fa capire che quello è un set, loro sono non solo un regista e il soggetto del suo lavoro ma anche due amici che si parlano, ridono insieme, e poi ricominciano il racconto. Tutto questo, la vita di Amin, è mostrato attraverso un’animazione disegnata a mano; corpi, mondi che ci conquistano subito e ci spaventano a volte perché quella del protagonista/narratore non è una storia semplice, spaventa, commuove, spezza il cuore. L’animazione ci racconta, ci illustra nel vero senso della parola la vita di Amin. Ogni luogo, ogni schizzo, ogni elemento ci conducono nelle giornate e nelle notti tanto colorate quanto drammatiche di un ragazzino, poi di un uomo, che dalla sua casa viene gettato/si getta nel mondo, alla ricerca di un proprio posto, libero e indipendente. Amin ci apre la porta della sua memoria, nei suoi ricordi, nelle ferite di chi ha perso molte persone – la sua famiglia non sa più nulla del padre scomparso (portato via) d’improvviso -, di chi ha dovuto anche mentire per sopravvivere e per salvare sé stesso e i suoi cari. All’inizio siamo a Kabul, insieme al protagonista, nei primi anni ’80, un turbine di colori, esuberanza e gioia: Amin cresce e balla su “Take on Me” degli A-ha. Camminiamo poi tra le strade di San Pietroburgo in cui si ha la sensazione di essere in un luogo in cui la rivolta è sul punto di scoppiare. Si sta anche sulla nave passeggeri, oscura e spaventosa, in cui i fuggitivi rischiano la vita aspirando ad un mondo migliore, ad uno spazio di libertà, dove respirare e sospirare per la prima volta davvero.

Flee è straziante, pieno di emozione al cui centro ci sono forze concentriche e centrifughe: da una parte la paura, il terrore, gli occhi sbarrati di chi ha sopportato di tutto, di chi ha visto morire i compagni di viaggio, di chi si è visto riportare indietro, dall’altra la voglia di resistere e di rinascita dei rifugiati perché altrimenti quel viaggio non avrebbe senso. Jonas Poher Rasmussen porta sullo schermo una storia difficile resa forse più digeribile dall’animazione che conferisce, nonostante tutto, una certa “levità favolistica” anche se non mancano le “durezze”, le asperità di un mondo, di una terra, di uomini che non fanno sconti: il protagonista, incontrato dal regista Rasmussen ai tempi dell’università, chiamato Amin, racconta non senza dolore la sua vita che è quella di molti altri rifugiati di cui sentiamo parlare nei libri, nelle interviste, dalle bocche di chi la tratta l’ha vissuta/subita. Senza famiglia per molti anni – arrivato, dopo viaggi su viaggi, in una terra sicura, ha detto alla polizia di essere rimasto solo al mondo -, si è portato addosso l’essere rifugiato afghano, ciò che ha fatto e ciò che non ha fatto, ciò che ha ricevuto in dono, la salvezza – il fratello ha deciso che sarebbe stato lui, in quel momento, a compiere il viaggio della speranza. Ora, tutto è rinchiuso nel suo passato che comunque torna e partecipa alla sua vita, è un affermato accademico trentaseienne, abita, finalmente, felice, con il suo fidanzato in Danimarca – un altro elemento importante nella sua esistenza è stata la sua omosessualità, da lui cancellata, negata per molto tempo; non voleva deludere la madre, i fratelli, lo zio.

Flee: Amin e il suoi viaggio di crescita e scoperta di sé

Flee si svolge in un momento storico preciso (le ultime fasi del conflitto afgano alla fine degli anni ’80) in cui per sopravvivere la fuga era necessaria. L’infanzia di Amin è stata interrotta quando il conflitto ha costretto lui e la sua famiglia a scappare dalla loro casa. Rasmussen coinvolge lo spettatore, saltando nell’esistenza di quel ragazzino verso cui si prova rispetto, tenerezza, amicizia in senso umano e totale, gli mostra  la terra luminosa e piena di vita, quella impaurita dai conflitti, gli incontri paurosi con la polizia russa, i tentativi disperati di portare la famiglia in Europa, la scoperta di Amin della propria omosessualità fin da bambino quando indossava i vestiti della sorella e amava gli attori alla tv.

Iniziamo a conoscere la fragile madre del protagonista, i tre fratelli maggiori in una Russia che non è sempre benevola nonostante sia l’unico luogo dove avrebbero potuto trovare salvezza. Questa però è solo una soluzione temporanea, dovranno fuggire anche da lì; i tentativi sono dolorosi, disumani, spezzano il cuore di chi guarda. Lo spettatore partecipa umanamente e con sofferenza a ciò che capita ad Amin; si tratta di un racconto pieno di intensità, tanto che spesso per rendere più sopportabile il narrato Rasmussen inserisce delle immagini di repertorio come per rendere più cronachistico ciò che si vede. Si comprende benissimo la paura che sente Amin, il peso che porta addosso: teme di essere cancellato, teme di perdere tutto e di non riavere più nulla, spesso ricorda quanta angoscia l’abbia colto in più di un’occasione, quanti rimpianti e rimorsi lo colgano ancora. Deve sempre dimostrare il suo valore, una responsabilità verso la sua famiglia, un’ossessione per la sua carriera.

Flee: un’opera straordinaria, umana e complessa

Flee è un film straordinario, umano e complesso. Una piccola/grande storia ci apre a tutti quegli Amin che si incontrano nella vita e verso cui si deve avere la stessa disponibilità all’ascolto e all’abbraccio che si ha nei confronti del protagonista di questa storia.