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Tobi è un adolescente trans che vive in una piccola cittadina ungherese assieme ai genitori che supportano la sua scelta pur con qualche difficoltà. Questo è il centro di Colors of Tobi, il documentario di Alexa Bakony.

Colors of Tobi: la crisi e il coming out

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Éva, la madre del protagonista, non nasconde le difficoltà ad accettare il cambiamento, la trasformazione, l’idea di perdere la sua bimba, quella che aveva tanto atteso e sognato. Dal canto suo Tobi soffre per la fatica della madre, per il fatto che a volte ancora si sbaglia, lo chiama ancora con il suo nome di prima. Tobi di fronte allo specchio non si sopporta, odia ciò che vede, si sta conoscendo e affronta il passaggio all’età adulta decidendo di essere la persona che si sente. Il film sceglie di assistere a questo viaggio: lo spettatore partecipa, silenzioso, alle decisioni di Tobi di diventare uomo, di subire l’intervento di cambio di genere, ma anche alla fine di considerarsi non binario. Il protagonista si racconta e ci parla delle sue crisi, dei coming out con i genitori nel corso degli anni durante i quali lo spettatore c’è, più o meno lontano, e sente i loro discorsi, vede le loro lacrime e osserva le discussioni tra chi non si comprende completamente.

L’elemento fondamentale, il filo rosso del film che spiega ciò che sente e prova Tobi è proprio il colore, quello del titoli; ha i riflessi rosa tra i capelli, poi biondo ossigenato, blu elettrico, scuri, probabilmente i suoi naturali. Si presenta truccatissimo o acqua e sapone, a tratti ci sembra di conoscerlo e di riconoscerlo ma poi cambia, di fronte agli occhi di genitori e di noi spettatori. Colors of Tobi è una fantasmagoria di identità e colori, una montagna russa che non si ferma mai perché è così che è Tobi. Questo non vuole mescolare le carte e rendere chi “ascolta” questa storia spaesato, ma vuole invece rappresentare quanto sia mutevole l’identità e sfida per estensione l’idea che la transizione di genere sia un percorso lineare. Tobi vive nell’incertezza, nel dubbio, si interroga su ciò che vuole veramente, cerca di capirsi e capire, parla con gli altri, gli amici e le amiche, le compagne e i compagni attivisti, di sé, di ciò che prova e sente. Solo più tardi, forse solo quando non può più tacere dice alla famiglia ciò che ha compreso.

Tobi si scontra con il bigottismo di estrema destra che ben si conosce. Ci viene mostrato esplicitamente durante una marcia del Pride all’inizio del film quanto possa essere crudele l’essere umano, quanto le idee possano essere retrograde, spietate: sventolano bandiere su cui giganteggia la frase, “Il peccato non può essere oggetto di orgoglio”, si intonano canti denigratori e umilianti. Questi primi scorci di odio sono un’ombra che incombe sul resto del film. Più tardi, Tobi dice a un amico che non userà i bagni maschili perché Éva è preoccupata per quello che potrebbe accadere.

Colors of Tobi: una storia di fuga e di transizione

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Colors of Tobi è un’opera toccante che mostra come ci si evolva, come nella vita sia normale acquisire una visione più profonda di sé, di ciò che si è, di ciò che si vuole e di ciò che si desidera. Si tratta di una storia di fuga (Tobi continua ad andare e venire perché ha bisogno di trovare il centro per potersi capire) e transizione verso l’età adulta. C’è un padre, Zoltán che guarda teneramente al suo ragazzo, c’è una madre che dal canto suo interroga, parla, ma anche combatte, impaurita e spaesata, e che, nonostante le sue perplessità, segue il giovane passo per passo. La madre, figlia di un’altra generazione, come lei ripete, quasi ossessivamente, eterosessuale, si “inciampa” nei vari colori di Tobi che dichiara formalmente la sua nuova identità di genere su un modulo governativo online, poi chiede disperatamente di potersi operare per diventare uomo, infine decide di fermarsi perché non binario. Tutto è molto complicato per questa madre che tra le lacrime – le stesse che segnano ancora una volta il viso di Tobi perché il suo mondo interiore è molto complesso – chiede di aver bisogno di un attimo di tempo per interiorizzare questo ultimo passo. Lo si capisce però, quello che lega Tobi alla sua mamma è un sentimento unico, un amore profondissimo e incondizionato: loro ci sono e ci saranno sempre l’uno per l’altra. Quella di Tobi è una storia degli anni 2010 ma potrebbe anche essere di oggi, potrebbe toccare un ragazzino o una ragazzina di qualunque altra nazione, è particolarmente intensa e carica di senso, vista la sua ambientazione in Ungheria dove la maggioranza conservatrice tenta in ogni modo di limitare azioni, libertà, scelte di omosessuali, lesbiche, trans. La lotta LGBTQ+ ha avuta una battuta d’arresto anche e proprio a causa della pandemia, infatti proprio nei primi mesi c’è stata la firma di un decreto d’urgenza grazie al quale è stato approvato un nuovo disegno di legge che limita la possibilità delle persone di auto-definire il proprio genere.

Colors of Tobi: racconto di emancipazione e autodeterminazione

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Colors of Tobi è un’opera emozionante che racconta molto bene i dubbi esistenziali di Tobi e della sua famiglia, è un racconto di emancipazione e autodeterminazione che riguarda in realtà qualunque persona al mondo, di qualunque nazione, religione, orientamento sessuale. L’importanza di un documentario così è innegabile soprattutto in un momento come questo, mentre certi temi sono ancora divisivi e politici; è utile perché può far riflettere giovani e meno giovani, genitori e sconosciuti che possono essere nemici di chi non rientra in un cerchio “aureo”. Mostra come non ci siano etichette, non esistano categorie fisse; le storie come quelle di Tobi aprono la mente, spiegano cosa significhi costruire e decostruire se stessi sia a livello individuale che all’interno di un contesto più ampio.