vincitore ciak alice giovani fiore

La realtà di quei giovani lasciati a sé stessi, costretti così quasi necessariamente a dover fare la cosa sbagliata è il fulcro portante del nuovo film di Claudio Giovannesi, Fiore, irrequieta giovinezza ed amore incontrollato di una ragazza in rivolta con il mondo. In concorso nella sezione Quinzaine des Réalisateurs della 69esima edizione del Festival di Cannes, la pellicola racconta la storia di Daphne (Scoccia), detenuta nell’ambiente avverso e inospitale del carcere minorile di Roma a causa di un furto, che ha difficoltà nel stringere vere amicizie e trascorre il suo tempo isolata a fumare. Fatta conoscenza con il giovane Josciua (Algeri), anche lui recluso per furto nella parte maschile della struttura, tra i due ragazzi nascerà un sincero seppur fragile amore, ostacolato da sbarre, supervisori e regole di separazione. Entrambi testardi, Daphne e Josciua credono nel loro futuro insieme, un filo teso precario e instabile.

Fiore – Da passatempo ad amore

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Daphne Scoccia è la protagonista di Fiore

Ostinato bisogno di trasgredire l’ordine per i protagonisti del dramma Fiore, opera sempre quieta nel racconto della sregolatezza e pacatamente aggressiva nel ritrarre le verità delle sottoclassi metropolitane relegate ai margini di una società di cui con difficoltà si sentono parte. Dal temperamento fumantino noncurante delle norme, il personaggio di Daphne è rivestito di una scorza dura che avvolge un’inesplorata tenerezza, donna quando cerca di mandare avanti la sua sventurata vita e bambina mentre sogna di una carezza del padre, altro disgraziato dal passato criminale ed interpretato con la sua contraddistinta simpatia romana dal grande Valerio Mastandrea. Ma è un passatempo che coinvolgerà i sentimenti a far tremare il castello di freddezza della ragazza, giornate trascorse a scrivere lettere ed aspettarne la risposta, a soffiare in cerchietti di sapone per dar forma a bolle che troppo presto scoppieranno, il calore che parte da qualcuno di simile e fa breccia fino a scavare nelle innocenti profondità del cuore. Le continue attività e i momenti all’aria aperta non bastano per un amore separato da numerose inferiate che sentono la necessità di essere oltrepassate, impedimento materiale non sufficiente per racchiudere il desiderio di appartenersi ed ulteriore stimolo per spingersi oltre il consentito e consueto. Sognando un domani uniti, l’unica certezza è quella di cavarsela da soli, lontani dalla falsa speranza che esista un avvenire migliore per tutti.

Fiore – Quando il recupero è per pochi

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Daphne insieme a suo padre, interpretato da Valerio Mastandrea

Con una delicata immediatezza di ripresa in contrapposizione agli spigolosi argomenti trattati, per volere del regista Giovannesi (Alì ha gli occhi azzurri, La casa sulla neve, Fratelli d’Italia, Wolf) Fiore si rifà alle atmosfere pasoliniane della Roma di borgata: zone cadute in rovina, ma capaci ancora di percepire e sentire, non trattenute nel volersi manifestare nella loro sporca, brutale oggettività e volubili nel ricadere presto in brutti vizi. Una storia di giovani amanti che riecheggia di moderna, tormentata e appassionata Nouvelle Vague sembra predestinata fin dal primo seme piantato a raccogliere le avversità della propria condizione, nessuna salvezza sembra essere meta destinata delle lunghe corse di Daphne e Josciua, attori non professionisti che nella loro naturale spontaneità offrono il disagio di due giovani discostati dalla legge, personaggi con la possibilità di aprirsi l’uno con l’altra, volenterosi di una fuga che li trasporti lontano dalla ristrettezza delle loro catene.

Film diretto e senza maestranze di regia, dalla fotografia semplice, ma estremamente efficace, vede come sceneggiatore dei pochi dialoghi lo stesso Claudio Giovannini; discorsi, perlopiù frasi, giusto poche parole, a differenza dei molti sguardi rivolti ad un infinito troppo immenso rispetto alla piccola esistenza che si consuma nelle strette mura del carcere minorile. La semplice riabilitazione nella quotidianità è pura utopia in riferimento a certe persone. Un’opera, quella del regista italiano, che insegna anche grazie ad un finale azzeccato che non sempre per tutti esiste il modo di recuperare.

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