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Desiderio Ancillotto, conte e produttore di prosecco nella sua tenuta immersa nella campagna veneta, è un uomo che ha particolarmente a cuore il benessere della sua terra. Quando però il suo corpo viene ritrovato senza vita, vittima di quello che apparentemente è un suicidio, tocca all’ispettore Stucky investigare su questa e sulle morti che si susseguiranno poco dopo: è questa la trama di Finché prosecco c’è speranza, film di Antonio Padovan tratto dall’omonimo romanzo di Fulvio Ervas.

Giallo, ma atipico

Un giallo quantomeno inusuale per il cinema italiano, ambientato in una location poco battuta e con un protagonista decisamente lontano dal canone dell’investigatore nostrano, Finché c’è prosecco c’è speranza è un film che si snoda su diversi livelli. Da una parte c’è il caso, gestito da Stucky, interpretato da un ottimo Giuseppe Battiston, con una calma che apparentemente poco si sposa con la velocità con cui si muovono omicidi e indagini, ma che lo conduce laddove le velleità da supereroe mai avrebbero potuto. Dall’altra, una serie di sottotrame accennate ed esplorate quanto basta per non togliere il ritmo all’azione: l’animata vita privata di Ancillotto, il lutto di Stucky per la perdita della madre e il contrasto con lo zio. Soprattutto, una voce ecologista che fa da eco a tutto il film, che non risulta mai pesante o moralista.

Finché c’è prosecco c’è speranza: un film pensato, come il vino

Finché c'è prosecco c'è speranza Cinematographe.it

Finché c’è prosecco c’è speranza è un’opera prima molto interessante, sia dal punto di vista della sceneggiatura – firmata dagli stessi Ervas e Padovan con Marco Pettenello, sia soprattutto da quello registico. La macchina da presa accompagna Stucky prendendone il ritmo quieto e un po’ goffo, che ben si sposa con l’ambientazione della campagna veneta, di cui abbondano campi lunghi e lunghissimi. Il vino, d’altronde, richiede un processo di produzione particolarmente lento e metodico, proprio come le indagini di Stucky, proprio come il film intero.

Il merito del film è infatti sì quello di raccontare una storia interessante, ma anche e soprattutto di rendere giustizia alla rappresentazione dei luoghi dov’è ambientata. La già citata regia, che fa un ottimo lavoro nel cristallizzare l’immagine di un paesaggio bucolico come quello di produzione del prosecco, va a braccetto con la fotografia vivida di Massimo Moschin, grazie alla quale il film restituisce colori e sfumature quanto più aderenti al vero.

Finché c'è prosecco c'è speranza Cinematographe.it

A tutto ciò si aggiunge inoltre l’importante tassello della recitazione. La spontanea simpatia e affabilità di Battiston, unita alla precisione quasi documentaristica con cui gli individui del posto vengono ritratti – anziani frequentatori di bar, cameriere ficcanaso, persino il classico “svitato del paese” -,  porta lo spettatore dritto in una realtà che probabilmente non è la sua e che magari non conosce. Al di là quindi della vicenda narrata e degli omicidi che ne sono protagonisti, Finché c’è prosecco c’è speranza appare prima di tutto come un genuino tentativo di dare voce a una storia di paese, inserita perfettamente nel contesto all’interno del quale viene rappresentata.

Pur risultando nel complesso leggero e divertente, in Finché c’è prosecco c’è speranza non mancano i colpi di scena, che lo rendono un giallo ben congegnato anche senza intrighi particolarmente cervellotici. Costantemente a metà tra il serio e il faceto, modo di fare che strizza l’occhio ad alcune produzioni televisive italiane, il film di Padovan è un mistero senza troppe pretese, che finisce per spiazzare lo spettatore stupendolo con la sua semplicità. Una semplicità che, a conti fatti, funziona.

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