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Sulla tragedia dell’Olocausto sono stati prodotti in oltre 70 anni, un numero incredibile per varietà e natura di film e di documentari. In moltissimi casi, ci si è trovati di fronte a veri e propri capolavori della cinematografia.
Eppure, in tanti anni, ben pochi si sono avventurati su un campo minato come Luke Holland con questo Final Account, con il quale il talentuoso documentarista, porta allo spettatore un punto di vista ed uno sguardo inedito e di grande interesse: quello dei tedeschi.
E per tedeschi, si intendono reduci di guerra, civili, ma in special modo ex membri delle SS o di quei reparti della Wermacht, che giocoforza rimasero coinvolti (anche solo parzialmente) con alcuni dei più terribili crimini commessi dal popolo tedesco nei paesi occupati e in quella fabbrica della morte che fu “La Soluzione Finale”.
Il risultato ottenuto da Holland, intervistando più di 300 testimoni oculari ed ex cittadini di quello che fu il Reich nazista, è senza ombra di dubbio degno di lode da ogni punto di vista, ed offre allo spettatore spunti di riflessione di assoluto interesse, assieme ad un giusto omaggio alle vittime ed un’analisi della pesante eredità del nazismo nella società tedesca odierna.

Final Account è un viaggio indietro nel tempo

Final Account cinematographe.it

Dai primi tempi, dal dopoguerra in cui povertà, inflazione e caos permisero ad Hilter e al partito nazionalsocialista di conquistare il potere, fino agli anni delle Leggi di Norimberga, su su fino a quando diventò sempre più palese che a Dachau, Auschwitz, Treblinka o Mauthausen, venivano bruciate vite ad un ritmo industriale.
Si può dire che Final Account cerchi soprattutto di capire quanto e come si sapeva all’epoca, e quali fosse il punto di vista dei ragazzi e ragazze tedesche che oggi, nella Germania 2.0, da nonni o bisnonni magari, sovente sono chiamati a ricordare, a guardare vecchie foto, vecchi volti di un’epoca che pare davvero lontana. Invece erano solo 70 anni fa. Il più della volte Holland ci mostra ancora oggi l’oblio, il rifiuto della realtà, il minimizzare, o l’aver rimosso il peggio di quegli anni, sia la strada più battuta, perché la più semplice, la più umana. Il rifiuto è la più naturale delle reazioni umane.
Un rifiuto che si manifesta in cimeli, bandiere, medaglie, nella pioggia di “si” “ma” “però” “io non c’entro” e tutto il resto con il quale anziani pensionati o nonni, per un attimo tornano ad indossare teste di morto o croci uncinate sui baveri.

Il ricordo della Shoah, tra negazione e senso di colpa

Final Account cinematographe.it

Esiste anche l’altra dimensione, quella di chi per decenni ha dovuto convivere con l’aver indossato (sul malgrado, perché travolti dalla storia, plagiati da un’infanzia in divisa) gli stemmi della causa più sbagliata della storia dell’umanità, e che da tanti anni non trova pace, non riesce a perdonarsi, non sa se perdonarsi pur senza essere in realtà mai colpevole direttamente di crimini.
Ma esiste un limite alla responsabilità personale in un ambito di questo tipo? E quella storica? Conta di più o di meno? Si poteva fare qualcosa di più? Qualcosa di diverso? Non aver premuto il grilletto, non aver ucciso nessuno basta a dichiararsi innocenti? Sono solo alcune delle tante domande che Final Account porta non solo allo spettatore, ma ai protagonisti dei 90 minuti di un documentario ben fatto, forte, che sorprende anche in positivo, quando si vedono anziane SS cercare di spiegare a giovani ignoranti e incolti perché la loro anima non trova pace, perché non vi era nulla da salvare dei tempi della svastica.

Un film-documentario dall’alto valore morale

Frutto di un lavoro dodicennale, Final Account è un documentario che si muove anche con grazia, con sentimento e passione, nell’omaggiare la memoria, nel portarci in territori inesplorati, ma lo fa senza mai cedere alla facile retorica.
Risulta oltremodo sorprendente come riesca ad impressionare e catturare l’attenzione dello spettatore con quelli che potremmo anche definire in diversi momenti dei “colpi di scena”, o comunque delle rivelazioni che ci confermano quanto in realtà, nella patria di Franz Beckenbauer e Kant, vi sia comunque stata un’operazione di rimozione della memoria in quanto testimone di una responsabilità storica, universale.
Un altro motivo per cui film come Final Account debbano continuare ad esistere, anche quando le ultime voci, gli ultimi sopravvissuti non ci saranno più.

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