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Si muove sull’asse Olanda-Belgio l’esordio nel lungometraggio di Cecilia Verheyden dal titolo Ferry, un gangster movie contemporaneo ma che strizza l’occhio a quelli vecchia scuola. Rilasciato lo scorso 14 maggio su Netflix, il film della cineasta belga ci porta al seguito di un criminale al servizio di un potente narcotrafficante, nonché suo mentore e riferimento. Un giorno, però, la banda alla quale appartiene subisce una feroce rapina, nella quale perderà la vita il figlio del boss. Gli indizi raccolti lo porteranno a puntare l’attenzione su un gruppo di campeggiatori della zona del Brabante, la sua città natale. Incaricato di scovarli, l’uomo lascerà Amsterdam per dirigersi in quei luoghi per consumare la vendetta. Ma il più delle volte le cose non vanno secondo i piani, specialmente quando il protagonista si ritrova fare i conti con il proprio passato e con i sentimenti.

Ferry disegna sullo schermo la classica parabola del criminale alla ricerca di una rinascita fuori dal mondo marcio nel quale è cresciuto

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Come da copione per il filone di riferimento, che la scrittura segue pedissequamente, anche Ferry disegna sullo schermo la classica parabola del criminale alla ricerca di una rinascita fuori dal mondo marcio nel quale è cresciuto. La molla che fa vacillare la lealtà a quel mondo e alla legge del branco che la governa hanno a che vedere con le conseguenze dell’amore nelle sue diverse espressioni: quello nei confronti di una nuova fiamma da una parte e quello per la sorella gravemente malata dall’altra. Sono proprio queste due figure femminili che fungeranno da catalizzatore nel percorso di redenzione del protagonista. Sta nell’attenzione alla dimensione più intima del personaggio, dai cambiamenti più impercettibili a quelli che ne rivoluzioneranno l’esistenza, il punto di forza dell’opera. La Verheyden mette la firma su un dramma dalle tinte crime, nel quale alle azioni efferate e crude del cacciatore (vedi la prima esecuzione nella cava) fanno da contrappunto le reazioni emotive dell’essere umano che le ha compiute.

Ferry si basa su dinamiche narrative prevedibili e di facile lettura

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Siamo alle prese con il dilemma morale per antonomasia in ogni gangster-movie o crime che si rispetti. Lo stesso con il quale gli anti-eroi della letteratura e della Settima Arte fanno i conti dalla notte dei tempi.  Il ché crea giocoforza un one-line del personaggio e delle dinamiche prevedibili e di facile lettura. Motivo per cui in Ferry, così come in tante altre vicende analoghe nelle quali continuiamo a imbatterci quotidianamente, viene meno il fattore dell’originalità e ridimensionato quello sorpresa. Un male minore o maggiore a seconda della consistenza e della stratificazione dello script, dal quale nessun film appartenente al genere in questione può esimersi.

La scrittura esprime con efficacia la dicotomia tra forza fisica e sentimentale

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Ciononostante l’esito riesce a materializzare con efficacia la dicotomia tra forza fisica e sentimentale, tra il malaffare e le ripercussioni emotive. Non capita spesso di assistere alla suddetta dicotomia, perché il più delle volte si pone l’accento sull’epopea criminale, dall’ascesa alla caduta, piuttosto che sull’esplorazione del privato di chi l’attraversa. In tal senso, Ferry approfondisce molto bene questo aspetto anche grazie alla performance attoriale di Frank Lammers, che con la sua interpretazione riesce a esprimere, modulandone l’intensità, il conflitto interiore del personaggio, risultando credibile tutte le volte che viene chiamato in causa.

Il cast completo del film include – oltre a  Frank Lammers – include Elise Schaap, Huub Stapel, Raymond Thiry, Monic Hendrickx, Huub Smit nei panni di Dennis de Vries e Juliette van Ardenne nel ruolo di Keesje Bouwman.