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La luce scivola languidamente sul metallo cromato. I fili corrono sul telaio a comporre una fitta trama di tessuto. La vernice rossa, densa e brillante, si versa elegantemente con il suo colore pieno di violenza e poesia. Forme e suggestioni aprono Ferrari 312B, introducendo con delicatezza e lirismo lo spettatore nel mondo della Ferrari e al tempo stesso raccontando per immagini l’amore e la passione per l’automobile che unisce tutte le personalità coinvolte al progetto, davanti e dietro la macchina da presa. Sebbene, infatti, il documentario segua una trama ben precisa, raccontando il restauro della storica Ferrari 312B e il suo ritorno in pista sul circuito di Montecarlo, quello che emerge con forza dalle parole e dalle inquadrature del film è l’affetto nei confronti di un’automobile divenuta simbolo di potenza, velocità ed eleganza in tutto il mondo.

Gli occhi brillano, la voce trema, il discorso assume i toni di una leggenda quando si parla della macchina, dei piloti e delle corse, pericolose ma emozionanti, che davano vita a un rituale collettivo che non era più solo sport, ma anche, e soprattutto, la realizzazione di un sogno, il mito futurista della macchina e della velocità che prende vita e viene perfezionato nella sua forma definitiva di forza e bellezza. È la passione ad aver reso possibile questo film, ed è sempre la passione il filo conduttore che lega le scene l’una con l’altra e sfuma il confine tra la ricostruzione e il documentario, tra le azioni messe in scena e le intenzioni di chi dirige il cast e la troupe.

L’officina dell’ingegnere Mauro Forghieri apre i suoi battenti condividendo con il pubblico la magia di un lavoro svolto per la maggior parte ancora artigianalmente, coinvolgendo iniziati e profani in un processo meccanico e creativo fatto di fisica e ingegneria che riesce a non sfuggire mai alla comprensione nemmeno dei più impreparati, sebbene la sceneggiatura non assuma mai toni didascalici. Invece di spiegare passo passo il lavoro meccanico di assemblaggio il film sceglie di mostrarlo, riprendendo e selezionando i momenti più significativi all’interno di un processo lavorativo che ha generato centinaia di ore di girato, diventato, grazie all’esemplare montaggio, 90 minuti. La costruzione della Ferrari 312B ritorna numerosissime volte nel corso del film prendendo corpo e vita insieme a esso, con i gesti amorevoli dei meccanici che portano a termine il loro lavoro con la sacralità e il tempo sospeso di un rituale esoterico, caratterizzato dal fascino immortale di un sapere specialistico in sinergia con una passione che travalica il lavoro per diventare una missione.

Tra apparente improvvisazione e lirismo, la regia di Marini gestisce alla perfezione tutti i diversi momenti del documentario Ferrari 312B

All’interno dell’officina, tra l’odore dell’olio e il rumore delle saldatrici, si consuma anche la parte più personale della regia, che nel corso del documentario assume diverse forme a seconda del contenuto della scena. La ripresa documentaristica è permeata allo stesso modo del lavoro dei meccanici e dai contributi degli ospiti, dall’amore del giovane regista Andrea Marini per il mondo delle corse automobilistiche, che si concretizza nel tentativo di osservare tutto allo stesso momento e afferrare completamente il lavoro dei meccanici, anche a costo di realizzare qualche movimento di macchina troppo brusco o immagini leggermente fuori fuoco, imperfezioni comunque rare e insignificanti che invece di compromettere il valore del lavoro del regista lo esaltano, lasciando trasparire le sue intenzioni e la sua sensibilità. L’occhio della telecamera si muove senza sosta componendo, nell’apparente improvvisazione di una scena che si svolge autonomamente davanti ad esso, delle inquadrature perfette e bilanciate, complete dal punto di vista narrativo ed eleganti dal punto di vista compositivo.

Al contrario, nelle scene di ricostruzione, dove la finzione prende decisamente il sopravvento, Ferrari 312B assume i toni dell’epica, soprattutto nella bellissima sequenza finale, che chiude il film con una serie di inquadrature di una Ferrari in corsa.

Si tratta di momenti in cui la regia sporca del documentario lascia spazio ad una direzione più patinata e lirica che cerca, riuscendoci anche grazie all’eccellente fotografia, di trasmettere l’indomita potenza di un’auto che ha cambiato la storia e tiene ancora oggi col fiato sospeso milioni di spettatori. Anche in questo caso si possono rilevare alcune minuscole imperfezioni ma, di nuovo, non fanno altro che accrescere il fascino di un soggetto che non si sottomette mai nemmeno alle convenzioni cinematografiche che vorrebbero imbrigliarne l’essenza all’interno dei confini di un’inquadratura, per quanto ampio possa essere il formato.

La Ferrari 312B, protagonista assoluta del film

Ferrari 312B

Proprio per sfuggire ai confini dell’immagine, che non riesce più a rendere giustizia alla Ferrari nel mondo saturo di rappresentazioni in cui viviamo, l’automobile in corsa non viene mai inquadrata preferendo veicolare il senso della sua potenza attraverso l’audio. Fuori campo, la Ferrari 312B sfreccia sulla pista accompagnata dal rombo dei motori, un suono potente e selvaggio che rimbomba nelle orecchie e nelle viscere trascinando con sé lo spettatore. Una scelta intelligente e originale, che utilizza l’audio e il fuori campo come una sineddoche per raccontare le emozioni delle corse automobilistiche.

Tra passato e presente, la Ferrari 312B dà nuovamente vita al proprio mito.

La vettura rinasce piano piano dalle sue stesse ceneri come l’araba fenice mentre, contemporaneamente, i protagonisti della sua storia ci raccontano la rivoluzione che la Ferrari 312B ha costituito all’interno del mondo delle corse automobilistiche grazie ad una sceneggiatura che si muove con sicurezza e naturalezza attraverso lo spazio e il tempo. Interviste e immagini di repertorio ricostruiscono la gloriosa stagione del 1970, anno di debutto della Ferrari 312B, un’estate di scommesse e vittorie sull’asfalto surriscaldato. I piloti Niki Lauda, Jackie Stewart, Jacky Ickx, Gerard Berger e Damon Hill ripercorrono con la memoria lo storico Gran Premio, rievocando nei loro racconti l’entusiasmo della corsa, il cameratismo nei box e il riverente rispetto nei confronti dell’automobile, un’alleata nelle cui mani il pilota riponeva non solo la sua carriera ma anche la sua vita.

Come la ricostruzione meccanica della Ferrari, anche il racconto della sua storia non si fa mai didascalico grazie all’andamento aneddotico che assume, scavando nei retroscena e nella vita delle scuderie per mettere in mostra l’umanità che si nasconde dietro alla semplice gara automobilistica. Nei ricordi degli intervistati, le figure dei piloti e delle automobili si ammantano del fascino del mito, figure leggendarie di un’epoca non ancora terminata ma inevitabilmente molto cambiata. I contributi si interrompono quasi completamente nella seconda parte del film, quando il restauro della Ferrari 312B è giunta a compimento e si prepara a correre a Montecarlo; passato e presente si sovrappongono, ma anziché creare un dejá-vù queste due linee temporali confluiscono nelle immagini del box, che si rianima dello stesso spirito che aveva caratterizzato i racconti dei piloti. Cambiano le persone e le scenografie, ma la storia della Ferrari continua anche quando decide di scavare nel proprio passato in una dialettica tra ieri e oggi che ne configura alla perfezione il mito.

Rigoroso nella scrittura e nella messa in scena ma mosso da un’inesauribile vitalità ed entusiasmo, Ferrari 312B è un documentario che appassiona e arricchisce senza rivolgersi esclusivamente ad un pubblico di affezionati come le lunghe sequenze in officina lascerebbero immaginare. Al contrario, i racconti dei protagonisti, il rombo dei motori e le immagini delle automobili lanciate in una corsa pazza a rischio della vita possono essere un ottimo modo per avvicinare al mondo delle corse anche tutti coloro che non hanno mai condiviso tale passione.