Dopo l’uscita nella sale americane, approda alla Festa del Cinema di Roma Fahrenheit 11/9, ultimo lavoro del documentarista premio Oscar Michael Moore. Il titolo è un esplicito richiamo al precedente lavoro del regista americano Fahrenheit 9/11, vincitore della Palma d’oro a Cannes nel 2004 e incentrato sull’amministrazione di George W. BushFahrenheit 11/9 è invece imperniato sui primi mesi della presidenza Trump (eletto all’alba del 9 novembre, che gli americani riportano con la nomenclatura 11/9), e si prefigge lo scopo di indagare sui fenomeni che hanno portato all’elezione del tycoon e sui possibili scenari futuri negli Stati Uniti.
Fahrenheit 11/9

Il percorso artistico e politico di Michael Moore e la particolare situazione sociale attuale non potevano che portare a un documentario del regista sul tifone che ha stravolto lo scacchiere politico internazionale, ovvero l’elezione di Donald Trump come 45º Presidente degli Stati Uniti d’America, evento peraltro da lui predetto con largo anticipo. Dopo un ironico incipit, che mette in evidenza la cecità di buona parte degli opinionisti nei confronti dello scenario politico che poi si è puntualmente avverato, Michael Moore pone esplicitamente al pubblico e a lui stesso una domanda secca e di non facile soluzione: com’è stato possibile arrivare a questo punto?

Fahrenheit 11/9: Micheal Moore contro Donald Trump

Moore comincia un corrosivo ma non sempre centrato excursus sulla situazione politica americana attuale, svariando liberamente dalla perdita di identità del Partito Democratico, sempre più lontano dai più deboli e vicino alle posizioni dei rivali, alla efficacia della retorica populista di Trump su una larga fetta di paese, giungendo all’analisi di situazioni fin troppo specifiche come la crisi idrica di Flint (cittadina del Michigan da cui Moore proviene e che è stata spesso oggetto delle sue opere), che ha portato all’avvelenamento di migliaia di persone attraverso la fornitura di acqua contaminata. Proprio quest’ultimo aspetto è forse l’esempio più limpido dell’inattesa direzione presa da Moore in Fahrenheit 11/9, tanto critica contro il nemico dichiarato Trump quanto contro i suoi oppositori politici e contro l’intero sistema americano.

La posizione di Michael Moore che emerge da Fahrenheit 11/9 è abbastanza limpida e condivisibileDonald Trump, pur nella sua pericolosità (il regista non esita ad accostare i suoi discorsi e le derive potenzialmente autoritarie delle sua azioni ai primi passi di Adolf Hitler e del nazismo), è frutto di un sistema guasto, che ha portato una larga fetta di popolazione progressista a perdere fiducia nella propria capacità di rappresentanza, tema sottolineato dall’ampia parentesi sulla mancata elezione di Bernie Sanders a candidato democratico, nonostante l’ampio consenso. Moore rincara poi la dose sul Partito Democratico rimarcando gli aspetti più problematici dell’operato del più celebre e amato rappresentante delle forze progressiste dell’ultimo decennio, ovvero Barack Obama, come il suo scarso appoggio a disastri come la già citata crisi idrica di Flint, mettendoli in correlazione diretta con l’ampia astensione alle elezioni presidenziali (nel 2016 hanno votato solo il 55% degli aventi diritto).

Fahrenheit 11/9 mette alla berlina il sistema politico e mediatico americano

Fahrenheit 11/9

Conoscendo il cinema di Moore, sappiamo che non possiamo aspettarci un documentario imparziale, in cui il regista scompare per lasciare spazio ai diversi punti di vista. Michael Moore è infatti sempre presente in scena, e coinvolto in prima persona sia nella crisi idrica della sua città (esilarante in proposito l’annaffiata con acqua contaminata al giardino della villa del governatore di Flint) sia nel rappresentare i movimenti giovanili, come quello del MarchForOurLives. Michael Moore è più persuasivo nel momento in cui rappresenta mordacemente lo scenario politico e sociale che ha portato all’elezione di Trump rispetto a quando scende nella situazione specifica e soprattutto nel delineamento di possibili forme di lotta politica.

Rimaniamo così colpiti dal lucido cinismo con cui Fahrenheit 11/9 mette alla berlina sia la stampa americana, in larga parte eccessivamente compiacente nei confronti di Trump, sia la cosiddetta sinistra del Paese, che, similarmente a quanto avvenuto in Italia, ha sempre più rigettato la propria inclinazione progressista e la propria vicinanza ai più deboli, favorendo la migrazione verso altre forze politiche o la disaffezione nei confronti della cosa pubblica. Più esplicativa di gran parte delle analisi politiche contemporanee in tal senso è la scena dell’arrivo di Barack Obama a Flint. Accolto come salvatore della patria dai cittadini, l’ormai ex presidente si è rivelato invece compiacente nei confronti dei contaminatori dell’acqua pubblica, con tanto di assaggio dell’acqua incriminata che suona di beffa e coltellata alla schiena dei più deboli.

Fahrenheit 11/9: il coraggio di Michael Moore nell’affrontare a muso duro i potenti del pianeta

Michael Moore convince decisamente meno nel momento in cui si allontana dal focus del documentario. Il collegamento fra la lunga parentesi della drammatica situazione di Flint e la situazione politica degli Stati Uniti sembra a tratti troppo debole e motivata più dal reale coinvolgimento di Moore nella vicenda che da reali esigenze narrative. Anche i racconti del confortante successo dei movimenti giovanili e della vincente ribellione delle insegnanti per un miglioramento delle loro condizioni lavorative suonano come vittorie di Pirro nei confronti di un sistema che allarga sempre più il suo potere a tutti i livelli, come dimostra l’ultimo inquietante atto di Fahrenheit 11/9, in cui Moore si lascia andare alla sua satira più pungente e acida.

Come lo stesso elettorato progressista, rimaniamo così smarriti sia per la sinistra situazione delineata in Fahrenheit 11/9, sia per la drammatica assenza di soluzioni nell’immediato che non siano la generica (e utopistica) speranza nei giovani o all’invito a un fronte comune di lotta politica che appare ancora troppo poco centrato e coeso al proprio interno per essere convincente. Le domande stimolate da Moore appaiono così decisamente più emozionanti delle risposte suggerite, che nella loro inconsistenza sono forse la più triste e fedele rappresentazione del mondo in cui ci troviamo.

Fahrenheit 11/9

In definitiva, Fahrenheit 11/9 si rivela un documentario lodevole negli intenti e coinvolgente nella realizzazione, che ha però il difetto, comune alle opposizioni di gran parte del mondo civilizzato, di non presentare alcuna soluzione credibile alla crisi istituzionale e sociale in cui ci troviamo. Rimane il piacere di assistere al coraggio e al continuo impegno di uno dei più arditi cineasti contemporanei, che non accenna a smettere di confrontarsi a muso duro con i potenti del pianeta, nell’appassionata ricerca di un modo per migliorare le cose.

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