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Moara Passoni, cineasta brasiliana di cristallino talento e dalla voce autoriale potente e decisa, in Ecstasy (Êxtase) diventa Clara Rossetti, prima bimba, poi adolescente, infine giovane donna perduta nelle viscere di una Brasilia a tratti organolettica a tratti brutalista e alienata. Il suo è un film autobiografico e la regista non ne fa mistero: a un certo punto irrompono, in qualche modo dolorosamente, fotografie provenienti dal suo passato di anoressica. Il corpo scheletrico, ridotto a un velo di pelle sopra le ossa, il sesso mostrato nella sua vulnerabilità e nella sua afflizione negli anni dell’anoressia: l’immagine testimonia quel che il film ricostruisce rievocandolo dalla distanza trasfigurante la biografia in vicenda universale, mescolando documentario e finzione, creando un flusso di sensazioni, pensieri, memorie, visioni, distorsioni immaginifiche del giovane alter ego della regista.

La bambina, emarginata nella scuola cattolica che frequenta, bollata come strana e noiosa dalle sue compagne di danza, osserva – con disgusto? – il corpo nudo e pieno della madre e inizia a costruire un sistema precisissimo di calcolo del grasso che contiene la carne umana e poi delle calorie dei cibi, catalogati secondo parametri apparentemente bizzarri ma asserviti a una logica ferrea. Quando ha fame, Clara immagina che un bollino blu compaia di fronte a sé e inizia a fissarlo per distogliere la sua attenzione dalla pulsione famelica, per uccidere il suo desiderio di mangiare. 

Ecstasy (Êxtase): un film che riscrive il corpo anoressico al di fuori delle categorie diagnostiche

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Moara Passoni è una giovane sceneggiatrice, produttrice e regista brasiliana.

Il suo sogno, che alcuni potrebbero definire delirante o malato, di ridursi a gabbia toracica che contiene il cuore, un cuore che pulsa, viene ricollocato dalla regista in seno a un discorso libero da criteri diagnostici o dalle contemporanee ansie di definizione nosologica e di patologizzazione tout court. Il corpo di un’isterica, dice a un certo punto Clara, è un corpo che sfugge alla comprensione della scienza, è un corpo che grida la sua fame di libertà. La fame dell’anoressica non può essere soddisfatta dal cibo, ma dal cibo si sposta a qualcosa di immateriale, qualcosa di imprendibile, è fame d’amore, senz’altro, ma quella ce l’hanno in fondo tutti; è, più che altro, una fame di riconoscimento d’individualità, di un desiderio di farsi protagonista di un desiderio proprio, di smarcarsi da aspettative materne e sociali che non possono e non devono essere soddisfatte perché, nella soddisfazione della domanda altrui, c’è l’annegamento, la confusione regressiva, la fusione mortifera.

Il senso di potenza che Clara avverte nell’atto di non mangiare deriva da un’energia altra, un’energia non fisica ma spirituale che, in nome di una paradossale proporzionalità inversa, aumenta man mano che si riducono le calorie introdotte nel corpo. La levità diviene potenza: spogliare il corpo di carne, sbucciarlo fino ad arrivare all’osso, non è solo un modo di sparire, di diventare invisibili, è anzi un modo di esprimere una volontà di pesare attraverso il non peso, attraverso il rifiuto dell’alimentazione imposta dall’altro, l’altro materno (il film comincia con Clara ancora feto che torce il cordone ombelicale per impedire il passaggio del nutrimento), ma anche l’altro sociale (clericale, capitalistico, culturale in senso lato).

Vi è, nell’intelligenza che sostiene il corpo anoressico, una complessità estrema che Ecstasy (Êxtase) riesce pienamente a comunicare, a restituire allo spettatore che s’interroga, senza giudicare e senza pensare mai alla malattia, perché la malattia non è il punto. Il corpo anoressico è un sintomo di qualcosa che non funziona o di qualcosa che funziona troppo, di una consapevolezza che è diventata troppo profonda, di una inesprimibile, verticale lucidità?

Ecstasy (Êxtase): il grido del corpo anoressico al centro di un film a metà tra documentario e fiction

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Le cure cui sottopongono Clara nel film sono cure punitive, dice lei nel suo racconto dalle cadenze ipnotiche che ricordano alcune pagine della scrittrice sua conterranea e quasi omonima Clarice Lispector. La medicalizzazione dell’anoressia viene presentata nel suo tentativo di attuare un controllo, di mettere a tacere il grido del corpo, di punire il corpo per la sua ribellione al bisogno fisiologico di nutrimento. Ma il corpo anoressico deve continuare a gridare, non può smettere la sua protesta. La guarigione non può, allora, passare se non attraverso un progressivo riannodare il sentire al senso.

Moara Passoni trasla l’ambiguità della ribellione anoressica dal piano della scrittura filmica a quello della sua estetica, della sua componente fotografico-visiva: la sensibilità accentuata nei confronti degli stimoli esterni sperimentata da Clara si traduce in un avvicendamento fantasmagorico di luci, colori, immagini, figure, impressioni sensoriali; d’altra parte il suo slancio ascetico, la sua rincorsa verso la leggerezza, verso l’impossibile immaterialità del corpo de-corporeizzato si esprime in momenti più formalistici e de-saturizzati, in geometrie che assottigliano la materia in intelaiature metafisiche.

Che cosa vuole, allora, davvero il corpo anoressico? Forse, vuole che un nome proprio inizi a significare qualcosa. Nella sue conversazioni immaginarie con il fantasmatico Signor Uovo, Clara si sente dire che il suo è un nome molto stupido, che non significa niente. Forse il corpo anoressico può smettere la sua protesta solo quando quel nome assume il suo significato proprio, inizia a valere in e per se stesso. E non è un caso che Clara significhi ‘luminosa’ perché la sua è una ricerca di luce assoluta, senza condizioni e assoggettamenti all’oscuro imperio dell’altro. Ecstasy (Êxtase) di Moara Passoni è, dunque, un film potente, coraggioso nella forma e nel discorso portato ai suoi estremi concettuali senza, però, concettualizzare, filosofeggiare o ridurre la questione a oggetto indagabile solo cervelloticamente né tantomeno solo razionalmente. Speriamo possa essere premiato. 

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