Écrire la vie. Annie Ernaux racontée par des lycéennes et des lycéens: recensione da Venezia 82
Claire Simon incontra Annie Ernaux in un lavoro sull’intimità come spazio politico: non ci sono carrelli, piani sequenza virtuosistici o momenti orchestrati, c'è solo la fiducia nella presenza e nella forza cinematografica di ciò che normalmente resta ai margini. Il documentario, in collaborazione con I Wonder Pictures , è presentato alla Mostra del cinema di Venezia 82 come evento speciale per Le Giornate Degli Autori.
Presentato alla 82ª Mostra del Cinema di Venezia per le Giornate Degli Autori, Écrire la vie. Annie Ernaux racontée par des lycéennes et des lycéens di Claire Simon non si guarda, si attraversa. Si avvicina come si fa con una pelle sconosciuta con lentezza, con rispetto, con quel misto di pudore e desiderio che accompagna ogni gesto vero. Claire Simon non firma un film, incide una traccia viva. Non documenta la vita, la respira. La lascia accadere nella sua nudità imperfetta.
Écrire la vie di Claire Simon, scrivere coi nervi

In questo corpo a corpo con la realtà, Claire Simon incontra Annie Ernaux. Non come musa, ma come sorella. Ernaux ha scritto il corpo. L’ha inciso sulla pagina come si incide sulla carne: con precisione, con una voce che non si concede, ma si espone. L’Événement, La Femme gelée, Mémoire de fille — ogni libro è un atto di nudità consapevole e di desiderio senza ornamenti e di vergogna che non chiede mai perdono. La scuola non è il teatro dell’educazione, ma il ventre caldo dell’adolescenza: un luogo dove i corpi si accendono, si ritraggono, si interrogano. Dove le parole balbettano e gli sguardi dicono tutto. Qui non si insegna, si cambia pelle. La macchina da presa non è occhio, è corpo anch’essa. Sfiora, suda, trema. Non domina lo spazio, lo accoglie. E in questo gesto radicalmente sensibile Écrire la vie diventa un atto d’amore viscerale verso il reale; verso ciò che pulsa lievemente.
Nel film, la voce di Ernaux è una vena sotterranea. Non narra, vibra. Si insinua tra le immagini come un respiro trattenuto, come una vecchia canzone che riemerge all’improvviso e riporta in superficie tutto ciò che era nascosto. Le canzoni – sì, perché la memoria di Ernaux ha un suono, fatto di 45 giri, di melodie francesi che hanno segnato i corpi più delle lezioni a scuola: Françoise Hardy, Christophe, Sylvie Vartan. Canzoni d’amore, d’abbandono, di corpi consumati troppo in fretta. Claire Simon le evoca senza nostalgia; le lascia filtrare come sudore attraverso la pelle della narrazione.
Registe del corpo
In Écrire la vie, il sesso adolescenziale non è mai racconto ma presenza. È ansia, attesa, scoperta, è la bellezza dell’inesperienza. È un corpo che esplode senza sapere come gestirsi. Claire Simon lo filma senza mai cadere nel voyeurismo o nella morale. Lo filma come si guarda un livido: con rispetto, con stupore, con un lieve tremore. L’aborto, quando arriva, non ha bisogno di essere annunciato. Si sente. È un corpo che cambia, una ragazza che tace, un silenzio più eloquente di mille dialoghi. Simon non espone il trauma piuttosto lo lascia respirare. Lo lascia abitare attraverso il fotogramma, come un dolore che si conosce bene, ma che non ha bisogno di parole. E in quel silenzio, la voce di Annie Ernaux ritorna come un’eco. Lei che dell’aborto ha fatto un corpo narrativo, che ne ha restituito il peso e la vergogna e la lucidità. Simon prende quella scrittura e la traduce in luce. Non per illustrarla, ma per farla esistere nella carne viva del cinema.
Claire Simon appartiene a una genealogia cinematografica femminile che non guarda il corpo: lo abita. Con lei, nella stessa costellazione, ci sono Claire Denis, che filma il desiderio come febbre; Céline Sciamma, che racconta la pelle come frontiera; Alice Diop, che trasforma lo sguardo in una responsabilità politica. Tutte, come Simon, si muovono ai margini del sistema, del linguaggio, del visibile. Non cercano la metafora ma la materia. Non cercano la tesi ma la vita.
Come in Gare du Nord, dove la folla era intimità e disorientamento. Come in Le Concours, dove l’istituzione scolastica diventava uno spazio di tensione umana – come in Premières solitudes, forse il film che più si riflette in questo. Un canto fragile fatto di parole e silenzi tra adolescenti, nel cuore di una banlieue che non ha bisogno di spiegarsi. Simon è coerente. Ma qui va oltre. Qui filma come si tocca. Filma come si bacia, come si piange, come ci si lascia andare. Filma il tempo che scorre sotto pelle.
Ecrire la vie: valutazione e conclusione
Ecrire la vie.Annie Ernaux racontée par des lycéennes et des lycéens non è soltanto un titolo, è una dichiarazione di metodo. Claire Simon adotta una grammatica filmica fondata sull’osservazione, sull’immersione, sulla durata. Sceglie la camera a mano come prolungamento del respiro, lasciandosi guidare dai corpi e non da uno script. Il tempo non viene sezionato, ma assecondato: il montaggio lavora per decantazione, non per costruzione narrativa. Il reale non è un contenuto da piegare, ma un organismo da accompagnare.
La luce naturale, spesso cruda, si posa sui volti senza estetizzare, ma senza mai rinunciare alla densità plastica dell’immagine. Ogni scelta di messa in quadro è un gesto di responsabilità: l’inquadratura protegge, non espone. Simon lavora sull’intimità come spazio politico: non ci sono carrelli, piani sequenza virtuosistici o momenti orchestrati, c’è solo la fiducia nella presenza e nella forza cinematografica di ciò che normalmente resta ai margini.
Persiste come un movimento di macchina che non chiude mai davvero l’inquadratura. Come una narrazione che rifiuta la chiusura, il climax, la risoluzione. Écrire la vie è cinema che si inscrive nella tradizione più alta del documentario d’autore europeo, ma ne scardina le strutture con una radicalità silenziosa. È un’opera che lavora sulla soglia tra fiction e non-fiction, dove ogni volto filmato porta con sé la verità dell’attimo e la finzione della sua esposizione.
Nel cinema di Claire Simon non c’è mai didattica, solo tensione percettiva. Il dispositivo filmico diventa trasparente: l’etica del filmare si fonde con l’estetica del restare. È in questa fusione che il film trova il suo respiro più profondo. Non ci chiede di capire, ma di stare. Di guardare senza possedere. Di sentire senza alcuna garanzia.