Biografilm 2022 – Eat your catfish: recensione

Con estrema lucidità e schiettezza, Eat your catfish racconta la vita di una malata di SLA e delle complicate relazioni con i suoi familiari.

Eat your catfish è un documentario in cui si mostra la vita quotidiana di una malata affetta da SLA, patologia neurodegenerativa progressiva dell’età adulta che conduce verso la paralisi dei muscoli volontari fino a coinvolgere anche quelli respiratori. Il documentario è stato presentato nella sezione Contemporary Lives del Biografilm Festival 2022. Nessun patetismo, piuttosto è con sprazzi di ironia che viene raccontata la situazione di Kathryn e della sua famiglia. Duro e così diretto, questo film scava nelle riflessioni di chi deve affrontare una malattia da cui non c’è scampo e di coloro che si ritrovano indirettamente a gestire l’accudimento e i contrasti emotivi conseguenti.

Un documentario irriverente e profondamente realista

Eat Your Catfish è un documentario sicuramente duro da digerire eppure, come si presagisce dal titolo, si pone con una feroce ironia. Kathryn Arjomand ha deciso di combattere la SLA e di impiantare un respiratore meccanico per continuare a vivere mentre il suo corpo, pezzo dopo pezzo cade sotto lo scacco della SLA. Sa di essere un vegetale, lo dice in modo cinico, ma sa anche che ha deciso di esserlo per amore dei suoi figli. Nel documentario la donna dice che un respiratore meccanico è un bene perché permette di vivere per sempre, dall’altro è un male proprio perché ti permette di vivere per sempre. La protagonista di questa storia è una donna che ha una grande rabbia ma anche un enorme amore per chi ha messo al mondo, oltre che pieno potere su quando spegnere il suo respiratore. Come se si vedesse dall’esterno, Kathryn si definisce la versione più drammatica di se stessa, ma l’unico suo desiderio è vedere i suoi figli divenire delle belle persone. In fondo è “l’amore che rende la vita avvincente”, dice la protagonista.

Un ritratto intimo, minimal e ironico: Eat your catfish rompe l’emotività dello spettatore nel finale

eat your catfish cinematographe.it

Il punto di vista del documentario è quello di Kathryn, che seguiamo di spalle a bordo della sua sedia a rotelle elettrica, mentre i suoi famigliari e assistenti la accudiscono. Non vediamo mai il volto di Kathryn, eppure capiamo che è una donna forte che tiene duro nel braccio di ferro con la sua malattia. I pensieri della donna li ascoltiamo attraverso la voce fuori campo e con l’ausilio del computer Tobii che esterna le sue esigenze grazie ad una tecnologia che collega lo sguardo all’alfabeto. Con lucidità Kathryn racconta le sue riflessioni sul suicidio assistito e le condivide con sincerità alla sua famiglia. Il punto vincente del film è proprio il trattare questa drammatica situazione con estrema lucidità, la stessa con cui viene spiegato un teorema di matematica ad un alunno: non c’è nulla di strano nell’amare i propri cari – tanto da scegliere di vivere anche quando si vuole morire – e nel sapere che prima o poi ci si debba salutare per sempre.

Quella di Eat your catfish è una famiglia allo sbando

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L’equilibrio da mantenere in famiglia è delicato e sottile e spesso alla donna non viene in mente altro che gettare la spugna. Da un lato c’è Noah (artefice di questo documentario) dedito alla mamma tanto da organizzare al meglio la sua vita accademica e i momenti in cui stare vicino a lei; Dall’altra il marito Said, che non riesce ad accettare completamente la condizione della moglie, quasi rimproverandola di essere diventata estremamente esigente. La verità è che Said è provato, sconfortato da questa situazione e per questo sembra quasi scollato da ciò che sta vivendo. Said sembra quasi essere il cattivo della storia, ma è forse sempre l’amore per la sua metà a rendere freddo e scostante l’uomo? Le relazioni tra i componenti della famiglia sono ormai logorate ma c’è un matrimonio da organizzare, quello di Minou, la figlia più grande di Kathryn, che rende la vita più leggera da vivere. La donna infatti cede spesso allo sconforto, ma si aggrappa alla speranza di poter essere presente alla cerimonia.

Così facendo Eat your catfish, diretto da Adam Isenberg, Noah Amir Arjomand e Senem Tuzen, sa farci vivere la difficile quotidianità di questa famiglia senza cadere nel pietismo o nella drammaticità estrema. Il documentario ritrae, in fondo, la vita, con alti e bassi, gioie e dolori, ma dal punto di vista di chi si vede morire e vorrebbe un giorno gettare la spugna, l’altro vivere in eterno.

Regia - 3
Sceneggiatura - 4
Fotografia - 2
Sonoro - 4
Emozione - 3

3.2

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